giovedì 20 ottobre 2016

DOPO L’ELETTROSHOCK, di Connie Neil

by Francesco Marini

Questo è uno stralcio del mio (ancora) inedito saggio sulla mia esperienza con la TEC [elettroshock] ECT e l’assunzione coercitiva di psicofarmaci e il mio lavoro per il recupero dell’equilibrio mentale viene offerto come Contributo a sostegno della Campagna CRPD. 
 
Connie Neil, sopravvissuta all’elettroshock e attivista anti-psichiatrica.


DOPO L’ELETTROSHOCK



Mi spingono, su una sedia a rotelle, dentro un locale piastrellato in bianco e mi mettono sopra un tavolo. “Oplà! Ora spostati, da brava”. Gocce di fresca poltiglia sulle mie tempie, sul mio petto, dove vengono alloggiati gli elettrodi. L’ago buca la mia vena e filamenti si insinuano nella mia mente.

Aspettate! Non riesco a respirare”. Non riesco a muovermi o parlare. I miei polmoni sono paralizzati. Provo a parlare, cerco di urlare per chiedere aiuto, ma una maschera con un tubo attaccato blocca bocca e naso, e non so più niente. Tranne che mi sento morire.


Quanto tempo dopo? Ore? Giorni? Non ho idea di come sia arrivata qui. “Zitta ora, Connie, non farne un dramma”. Sto forse facendo un dramma?

Forse il mio nome mi riporterà indietro a questo mondo. Non so nient’altro. Mi mostrano come tenere un cucchiaio e mangiare. Quell’uomo - Bob - continua ad agitarsi in giro mentre dice: “Zitta”, e che lui è mio marito. Quel rumore di strilli è il mio bebè, dicono, mentre me lo porge una vecchia dallo sguardo sogghignante. Io non so nulla; non me ne importa nulla.

È accaduto qualcosa di brutto. Non esisto più. Al mio posto è rimasto un guscio vuoto.

* * *

Quello fu il mio primo elettroshock ed è avvenuto in un ospedale generale con anestetici e cosiddetti farmaci rilassanti, una sorta di curaro chimico che blocca qualsiasi movimento automatico, come la respirazione, come il battito cardiaco. Oggigiorno questo metodo viene definito da Max Fink (docente di TEC), la forma migliore e gentile di TEC, (Fink, 1999).

Data la reazione disastrosa, come avrebbe fatto qualsiasi persona sana, ho rifiutato la sessione successiva. Conforme al protocollo, questo è il segno che sono folle in modo evidente e che, nelle strade di Hamilton, non ci si può fidare di me. Sono stata istituzionalizzata “sulla montagna”, la casa dei matti che il governo dell’Ontario fa funzionare con i soldi delle nostre tasse, per 20 ulteriori elettroshock, imposti contro la mia volontà e senza anestesia, così che possa provare interamente l’orrore della distruzione della mia mente.

Se sapessero la verità, ho ragionato, sui danni permanenti al cervello causati da queste operazioni barbare, sarebbero fuori legge, vietate. Ci deve essere stato qualche guasto importante, qualcosa di rotto nella macchina, che ha causato su di me le orribili conseguenze dopo l’elettroshock.

Ma no: lo sapevano già. Questo bruciare via il mio cervello, questo crollo della mia capacità di imparare, è esattamente ciò che hanno pianificato. No, il mio è stato un caso tipico, gestito nel modo socialmente accettato. Neomamma fastidiosa, supponente, sbruffona, trasgressiva, deve essere riportata nei ranghi, o sepolta dove nessuno possa sentire la sua denuncia. L’elettroshock l’aggiusterà.

E che cosa hanno spazzato via? La mia carriera di attrice/scrittrice, la mia formazione musicale, da 8 a 15 anni di memoria, qualsiasi traccia di fiducia in me stessa, il mio QI, il mio EQ, qualsiasi Q. Tutto dissolto o bruciato via con ciascuna sessione.

Dove posso imparare ad essere integra? Gli strizzacervelli? Diavolo, no! A chi posso fare appello, quando qualsiasi mio commento è ritenuto pazzo? Questi bio-psichiatri e i loro simili hanno inventato un bel trucchetto. Questo scritto non parla di me: io sto bene, perfettamente bene, proprio bene, davvero bene; bene, con le mie alternative per il raggiungimento di un equilibrio adeguato, ma neanche lontanamente vicino a quello che mi ero proposta di conseguire in questa vita. Sì, sto bene, ma cosa ne è di quei milioni, che nel corso degli ultimi 77 anni (dal 1939 al 2016), hanno finito per soccombere a questa tortura? L’elettroshock viene imposto da un gruppo elitario, per lo più da uomini, alle donne che costituiscono i due terzi delle vittime mirate dell’elettroshock, con la pretesa di una cura per la depressione, per la tristezza, per la frustrazione, per una reazione a una realtà ingiusta (Burstow, 2014, pg 195).

Qual è stato il comportamento che ho messo in mostra, che sarebbe stato “un pericolo per me stessa e / o di altri”, cioè il criterio per rinchiudere i membri recalcitranti della società, che compiono danni oltraggiosi? Ho avuto un bambino, avevo l’influenza, e non riuscivo a strappare il controllo della cura del mio bambino dalla mia asfissiante suocera, presso cui ero stata parcheggiata, mentre mio marito si preparava ai suoi esami finali in un’altra città. Hanno sentenziato che l’elettroshock era quello che mi meritavo. La mia storia da adulta non ha mostrato segnali folli, per convincere le autorità che avrei avuto bisogno del loro “aiuto”. Prima dei loro maltrattamenti avevo avuto molti successi.


Ciò che ho perso a causa dell’Elettroshock



Siamo partiti, in una giornata invernale frizzante, con due auto e con un rimorchio del nostro teatro nel portico della fattoria, e abbiamo guidato più di 150 miglia da Montreal a Lennoxville, dove la Bishop’s University ospitava l’Inter Varsity Drama League Festival. Un viaggio lungo. E stata la  prima partecipazione di Ryerson in cinque anni. L’attore collega Robin Brewer e io abbiamo assaggiato la bottiglia di whisky per tenerla in caldo fino a quando Donald Sutherland, il nostro insegnante di inglese e chaperon, ha versato il resto fuori sulla neve quando ci siamo fermati la seconda volta. Niente più bevande alcoliche.

Per la nostra prova tecnica, abbiamo ricostruito il set progettato e costruito da Bill Underwood, l’unico che non ha studiato Arte Radiofonica e Televisiva. In seguito ha fatto la sua carriera teatrale a Stratford. Il set è stato elogiato dal nostro giudice, il produttore Rupert Caplan, di Montreal, per la semplicità e l’atmosfera. Nel breve tempo a disposizione, abbiamo gestito le luci e il suono, mentre il regista Ken MacKay peregrinava per la galleria del teatro controllando che la nostra proiezione fosse chiara.

Sarebbe stato strano se non fossimo stati abili, dato che Ryerson richiamava giovani di talento. E abbiamo fatto un bel colpo con 27 Wagons Full of Cotton di Tennessee Williams, il monologo su cui è stato basato il controverso film hollywoodiano Baby Doll. Abbiamo vinto per la Migliore Produzione, per il Miglior Regista, la Migliore Attrice e la Menzione d’Onore per l’Attore Protagonista.

Alla cena di premiazione, quando Rupert Caplan ha annunciato, “La vincitrice è Connie Neil” mi ha guardata sorpreso, perché fuori dalla scena non mi aveva riconosciuto, il segno di un talento per il travestimento. Come mi sono alzata per raggiungerlo, ha aggiunto, “e accettando per Connie Neil è…”. Ho dovuto dirgli, “sono Connie Neil”. Ha borbottato: “È lei?” E io ho annuito. Per la parte dell’ingenua Baby Doll ero imbottita per una rotondità paffuta, di modo che il mio costume strappato dopo lo stupro, scopriva sangue e lividi, e non la mia solita forma elegante. Disse: “Anche se questa non è una grande pièce, è l’esempio di come una buona prestazione può fare diventare grande una pièce, perché il pubblico ci crede. Connie ha raggiunto un elevato grado di credibilità. È una giovane attrice promettente”. Due università hanno scelto quella pièce e solo la nostra ha vinto il premio.

Quell’estate ho frequentato corsi di recitazione e di drammaturgia alla Scuola di Belle Arti di Banff, per decidere per quale ero meglio adatta. Alle audizioni per la loro pièce nel dialetto di montagna, mi hanno spostato al corso di recitazione avanzato, gli studi shakespeariani, e mi hanno dato l’esempio di Barbara Allen nella commedia in 3 atti Dark of the Moon. In questo ruolo impegnativo ero corteggiata da uno streghetto, violentata in chiesa, ho partorito sul palcoscenico, sono stata linciata e lasciata morire distesa su una roccia, perché lo streghetto vi potesse giocare. Ha avuto grandissimo successo. C’era gente dietro le quinte che piangeva e mi diceva con quanta forza li avevo colpiti con la mia performance.

Anche la mia sceneggiatura era stata molto apprezzata.

Per la fine dell’anno all’Università Ryerson, ho interpretato il ruolo lesbico di “No-Exit” di Jean-Paul Sartre, una pièce basata su tre personaggi poco raccomandabili, in una sala d’attesa dell’aldilà, che per loro è l’inferno. Ho ricevuto la Menzione d’Onore per la recitazione: un’impresa non facile, data la concorrenza con undici università.

A parte questi riconoscimenti, mi sono esibita in riviste musicali e comiche, spettacoli di danza, recital di pianoforte, canto, radio e TV e ho recitato e scritto un certo numero di pièce teatrali.

Tutto questo è finito con l’elettroshock. Rivedendo vecchie carte, mi sono imbattuta in lettere di congratulazioni e reportage di giornali a tiratura nazionale. Uno era firmato “Sharon”, e dal contenuto si evince che mi era stata vicina. Ha nominato persone che ho riconosciuto, ma lei si perde in quella zona del mio cervello che è bruciato dagli irriguardosi dottori dell’elettroshock. Che gliene importa a loro se mancano alcuni elenchi di persone? A loro non importa affatto.

Oh, certo, i miei interessi c’erano ancora, ma tutto quello che ero ancora in grado di fare in minima parte, era un lavoro corale. Una volta stavo aiutando un coreografo per dei numeri di danza alla Toronto City Hall Revue. Durante il gran finale il primo ballerino doveva sollevarmi, farmi roteare e saltare. Dato che avevo provato entrambi i ruoli, sia maschile che femminile, durante la performance l’ho sollevato, fatto girare e roteare per il gran finale. TA-DA. Non mi ero nemmeno resa conto che fino a quando eravamo dietro le quinte l’avevo fatto nel modo giusto, e lui mi ha chiesto: “Perché tutto questo?" Tutto quello che potevo fare era ridere, e non ho più provocato sul palco questo errore dovuto all’elettroshock. Avevo chiuso con le performance, anche come dilettante. A causa di quel piccolo intoppo nel cervello, sul palco ero inaffidabile.

Uno dei motivi per cui eseguivo bene le mie performance era la mia memoria prodigiosa: tutte le modifiche di copione le avevo incise nella mente. Se un attore era nel posto sbagliato o la battuta era sbagliata potevo coprirli, perché mi ricordavo ogni sfumatura durante il periodo delle prove. Ora tutto ciò è finito. Niente più connessioni. E quello che oggi mi fa infuriare è che la psichiatria sapeva che la TEC avrebbe causato questa distruzione, il risultato è sempre questo, e nella loro arroganza, nella loro avidità, nel loro forte desiderio di soluzioni facili per personalità difficili, essi nascondono la verità che conoscono; il risultato è sempre il danno cerebrale.


Quanto poco essi rivelano



Oggigiorno ci sono discussioni sulla legislazione del consenso informato, come nel libro di memorie Electroboy. del 2002 di Andy Behrman. Ho notato che lo psichiatra organicista, e non il medico che ha fatto l’elettroshock, ha fornito le informazioni a lui e ai suoi genitori e descritto i diversi metodi e risultati attesi. Ora hanno ammesso che il problema principale è la perdita di memoria, una condizione che anche il mio caro psichiatra attribuiva alla “malattia mentale”. A loro piace dare la colpa alla vittima: sono stati addestrati in questo modo. Le classificazioni sono: 1) la teoria dei neurotrasmettitori dimostra che l’elettroshock danneggia la serotonina, la dopamina e la noradrenalina, al pari degli antidepressivi; 2) la teoria anticonvulsivante sostiene che le convulsioni provocate dalla TEC condizionano il cervello a diventare resistente alle convulsioni; 3) la teoria neuroendocrinologica afferma che le convulsioni provocano nell’ipotalamo il rilascio di stabilizzatori dell’umore; e 4) la teoria del danno cerebrale, che è stato prodotto e dà l’illusione di stabilità mentale.

Si noti che queste sono teorie, e non fatti scientifici comprovati, che spiegano come la TEC tratta la depressione o la mania. Il fatto che non ci siano prove per i risultati della TEC, non ferma gli psichiatri dal procedere con la somministrazione degli elettroshock, e quando non funzionano, aggiungono altre serie di elettroshock, finché non vi lamentate più. Imparate che la tortura arriva quando vi opponete.


Trent’anni dopo



Da quando, quest’anno, me ne sono liberata, frequentando quattro ritiri e finendo la storia di ciò che la TEC aveva causato alla mia vita molto lunga, mi sono offerta come copywriter volontaria per pubblicizzare degli insegnanti. Le ricerche che facevo per questo lavoro mi hanno fatto partecipare a Corpo, Parola & Mente con Cecilie Kwiat Albertan. Era una stretta allieva del Venerabile Namgyal Rinpoche e, con gli appunti dei suoi insegnamenti durante il suo viaggio per mare fino in Perù, aveva prodotto un libro di testo. Avevo studiato quel testo con la monaca buddhista Karma Chime Wongmo e Rinpoche. Pensavo di conoscere il soggetto. Ho pensato che sarebbe stato facile.

Ma proprio come ha insegnato Cecilie, ogni momento porta un nuovo “io” con una prospettiva fresca di possibilità e di opportunità per la comprensione.

E’ arrivata in tempo per il week-end del Namgyal Memorial, un raduno che ha riunito nel centro molti vecchi studenti, per rendere omaggio al nostro Lama, che dieci anni prima era passato ai regni superiori.

Quando, durante i rituali del tempio, mi sono girata, ho colto il suo sorriso brillante, la sua risata calorosa, e ho capito che l’avevo incontrata in precedenza durante un ritiro più lungo, a cui lei aveva partecipato con alcuni dei suoi studenti. Eravamo seduti fianco a fianco nella Casa del Tè, dove l’avevo sentita rispondere alle domande di uno studente con tale chiarezza, che ho commentato: “È stato perfetta”, e lei ha sorriso: “Ti ringrazio”.

Questo potrebbe essere un rifugio stellare. La mattina dopo il suo primo giorno di insegnamento, mentre ero tra sogno e veglia, ho visto il mio cervello, pieno di buchi, coperto di scabrose zone morte. Questo, sentivo, era la mia barca che perdeva e che non mi avrebbe portato lontano, durante il viaggio fluviale verso l’illuminazione. Poi, con le lacrime che mi bagnavano il volto, ho sentito che il mio guru morto diceva: “Hai bisogno di una guida!” Non ero nemmeno sicura di cosa volesse dire, mi sono avvicinata a Cecilie dopo la lezione e le ho riferito questo piccolo episodio, aspettandomi forse un nome e numero di telefono su un foglietto di carta. Invece mi ha fatto piangere. Ho cercato di rivolgermi a lei in modo chiaro e con gli occhi asciutti, ma lei mi ha dato dei colpetti sulla schiena, dicendo: “Sei congelata. Piangi!”

She reached and captured my wrist and pulled me to her, seating me in her lap. Oh no! I must not sit in teacher’s lap! I would break her. Then what would the class do for a teacher? In my research I learned she had been run over by a gravel truck – twice – in a motorcycle accident in her youth, and was told she would never walk, never have a baby. But she fooled the doctors, and did both.

Mi ha toccato e stretto il polso, e mi ha tirata verso di lei, facendomi sedere nel suo grembo. Oh no! Non devo sedermi nel grembo di un insegnante! L’avrei rotta. Cosa avrebbe fatto allora la classe per un insegnante? Nella mia ricerca ho appreso che era stata investita da un camion di ghiaia - due volte - in gioventù, durante un incidente motociclistico, e le era stato detto che non sarebbe mai più stata in grado di camminare, né di avere un figlio. Ma lei ha ingannato i medici, facendo entrambe le cose.

Ero molto scomoda nel suo grembo, cercavo di non pesarle, mentre lei mi faceva domande sulla mia storia, che le raccontavo singhiozzando, e lei mi parlava della sua infanzia difficile, quando la chiamavano nazista a causa di suo padre. Sbottai: “Lo era”? Ma non era questo il punto della questione. Alcuni studenti erano ancora nel tempio. Che spettacolo stavamo facendo! Si allontanarono. Ancora nel suo grembo al pari di un lattante, mi faceva scrivere nel mio taccuino: “Eccomi qui adesso. Così come sono, posso stare bene e essere felice. Posso essere libera dalle ostilità. “È la traduzione del mantra di Tara Bianca, la mia yidam, il mio custode, e io avevo dimenticato la sua pratica di Amorevole Gentilezza. Quella dimenticanza di informazioni cruciali era ciò che ancora, cinquant’anni dopo shock, la sventura che accompagna la TEC, ha contrastato il mio bisogno di completezza spirituale. Sono sempre insicura rispetto a quello che so, a quello che manca.

Ho portato avanti le lezioni e gli esercizi, ma ci sono voluti giorni per risolvere questo episodio burrascoso. Le ho passato un biglietto per un colloquio privato sulle emozioni fugaci, un mio difetto, perché la TEC veniva disposta per gente che provoca problemi, disturba gli altri, non controlla le emozioni; e quindi era la mia grande paura. Reagisco troppo e, non solo seppellisco le mie emozioni, ma mi dimentico di averne.

Ho spiegato a Cecilie che uno stato di insensibilità rende la vita di tutti i giorni facile, allettante, che nulla mi dà fastidio in quello stato, ma dato che non mi accorgo della causa scatenante, non riesco a venirne fuori. Sono preoccupata che bandire la mia rabbia, ucciderà tutte le emozioni.

Lei parla del mio cuore, ma so che il mio cuore è chiuso. Mi dice che non è vero, che lei non lavora con persone che non hanno cuore: Può vedere il mio cuore. Anche in questo caso lei mi fa scrivere; “Aspiro a essere libera dalla rabbia. Disarmerò il mio cuore (e può darsi che lo armerò di nuovo).

La sua successiva lezione è sulla consapevolezza dei sentimenti e afferro quello che posso. Ci sono cinquanta (alcuni dicono 52) teschi indossati dalla divinità come una collana. Questi stati mentali trasformati sono ora visti come suo ornamento, la sua saggezza conquistata. Dobbiamo descrivere questi stati mentali nella nostra lingua. Siamo spesso travisati per quello che è il nostro stato mentale, come risultato di condizionamenti. Il cambiamento è tutto ciò che è costante.

Il ritiro è stato molto molto freddo e piovoso. La tempesta ha spento il nostro potere per tutto un giorno. Neve e fanghiglia fanno in modo che camminare diventi uno studio di problem-solving – come saltare da un posto asciutto ad un altro che sia sicuro. Passiamo da una forma di meditazione ad un altra - sedersi, esplorare il corpo, esaminare, camminare lentamente con un piede su un terreno solido, e l’altro sopra l’abisso. La noia pura e semplice dell’osservazione dei 25 stati penosi della mente, mi spinge fuori del tempio con l’ombrello, a camminare al centro, a sedermi al riparo con la pace enorme della statua di Buddha, il Sayadaw, insegnante di Rinpoche, costruita qui e in ogni parte del  mondo. E qui sono stata colta dal barlume di un altro stato mentale.

Mi sono spesso chiesta cosa facevo nella mia vita precedente, prima di nascere in questa famiglia. Cecilie lo formulava in modo diverso: Chiunque mi abbia messo in questa famiglia, per attrazione, per imparare una lezione importante. Potrebbe essere la lezione della Gentilezza Amorevole? Per armare e disarmare il mio cuore? Perdono? La rabbia la conosco già.

Faccio presente che la rabbia nasconde un grande muro di perdono, rifiutato e irrisolto. Vedo il muro, lo chiamo non perdono, lo esamino e esamino i suoi molti esempi nella mia vita. Anche sotto ipnosi ho anche rifiutato - non solo una volta - di perdonare soprattutto mio padre. No, non voglio. Anche se so che questi dinieghi si espandono fino a diventare grosse difficoltà nella città sul fiume. Con tale decisione anticipata, il non perdono si sposta verso altri esseri fino a quando non è globale: sono intransigente. Giudico. Ma ora penso a chi ha bisogno di perdono (io, ma davvero) e quali sono le qualità che lui (Papà) aveva e cosa mi ricorda (indovinate).

Quando Cecilie esclama Congratulazioni! concordo che non ho perdonato, ho solo visto il terribile muro. Lei ripete congratulazioni, che dopo averlo visto, il muro si dissolverà a poco a poco, un po’ alla volta. Può vedere che posso essere gentile e sono d’accordo sul fatto che posso essere gentile. Sono gentile. Mi chiedo cosa ci sia dietro quel muro in dissoluzione.

Per chiudere il ritiro, il 1 ° novembre celebriamo il 74 ° compleanno di Cecilie con due grandi torte, palloncini, regali e un pasto sano.

Prende uno scompartimento per il suo viaggio in treno per tornare ad Alberta, raggiunge la stazione con la sua macchina, scivola sul ghiaccio e ha un grosso incidente. Molti interventi chirurgici e molte crisi più tardi, a Natale, faceva passeggiate con la sedia a rotelle e faceva la terapia, perché a breve potesse di nuovo stare in piedi. Quando vidi le sue foto in mezzo all’armamentario dell’ospedale, mi toccò il cuore il suo sorriso ancora raggiante.

Se lei può farlo, lo posso anch’io. Nulla può spezzare Cecilie Kwiat. Però, per ogni eventualità, le mando la sua Gentilezza Amorevole.

A St. Maarten, in un ostello rumoroso, non riesco a dormire a causa della folla ubriaca e chiassosa fuori dalla mia finestra buia, così ho praticato la Metta. Quelli se ne vanno e più tardi vedo nel mio dormitorio una figura vestita di bianco che si avvicina alla mia cuccetta inferiore. Mi offre qualcosa con la sua mano destra. È una benedizione? Vedo un quadrato di luce davanti ai miei occhi aperti. Su di esso vedo una rapida sequenza di geroglifici. C’è la testa di un cavallo scuro, ma altre immagini cambiano così rapidamente che faccio fatica a registrarle. Poi tutto finisce e rifletto su questi messaggi trasmessi.

Il 15 febbraio Cecilie Kwiat è morta, entrando in comunione con gli illuminati, i quali non hanno bisogno del loro corpo materiale. Mi manca. E la ringrazio per la visita di congedo.


Comprensione del Perdono



Il nostro pranzo per la riunione di classe era stato fissato per la giornata più calda di luglio, così ho lasciato la mia automobile a Oshawa e sono andata a Toronto di buon ora con il treno GO dei pendolari.

Salendo dalla Union Station ero talmente in anticipo che, trovando una panchina ombreggiata sulla King Street, mi ci sono sistemata; un uomo di una certa età mi aveva invitato a sedermi e unirmi a lui. Indossava pantaloni marrone chiaro, una maglia beige intrecciata, ai piedi delle nuove scarpe da ginnastica e un’accurata acconciatura di taglio corto, color peltro. I suoi denti erano perfetti.

“Mi può dire dove il. . . uh. . . il . . ..”  Aggrottò le sopraciglia e si concentrò sulle parole evasive, poi disse con aria trionfante, “l’Eaton Centre?”

Lo sapevo e glielo dissi. Si trovava a poca distanza a piedi, ma lui è rimasto seduto. Non era quello che voleva. Abbiamo trascorso un’ora a mettere insieme quello che avrebbe voluto dire.

Tentò di nuovo, questa volta cercando la parola francese per psichiatra. “Ero . . . sis. . . sis”.

Ho suggerito, “Psichiatra?”

“Si ma . . . neuro . . . sus. . . sus. .”

“Neuro-chirurgo?”

“No, neuro. . . neuro sus. .

“Neuroscienziato?”

“Sì!”

Santo cielo, stavo condividendo una panchina con il nemico. Nella mia mente, questo era il tizio che produceva le pastiglie, che aveva avvitato il mio cervello, che mi aveva spinto dentro l’elettroshock “gentile”. Regge davvero il modello delle neuroscienze, della coscienza basata sul cervello? Lo scienziato che stava dietro la psichiatria stava proprio qui. E basta guardare a ciò che era diventato: un relitto, la mia vittima.

Abbiamo decifrato la sua storia in modo accurato. Sei anni prima aveva avuto un ictus, non poteva parlare. Ma la moglie lo aveva aiutato ed stavano proprio bene insieme. Ogni volta che la moglie si avvicinava a quello che si potrebbe descrivere vagamente come una conversazione, lui piangeva. Ho capito che l’ictus gli aveva portato via i controlli emotivi. Qui aspettava il nemico, alla mia mercé.

Egli, inoltre, non riusciva a ricordare la parola “domani”, non è quindi sorprendente che era catturato dall’incessante adesso. Ciò che aveva bisogno di dirmi era che sua moglie era morta due anni fa, che fu sepolta a Barrie, dove adesso era diretto e che si riposava e camminava giusto tra l’arrivo e la partenza dei treni. Era venuto da Belleville e, proprio come me, aveva camminato dalla Union Station fino a questa panchina ombreggiata.

Si era fermato cercando di controllare le sue lacrime e le titubanze nella sua voce: mi doveva raccontare la sua storia. Con la mano toglieva le lacrime. Era difficile capire cosa fosse che lo turbava.

Né lui né la moglie si resero conto che lei aveva seri dolori di stomaco: era particolarmente addolorato per non aver capito in tempo. Quando finalmente era stata ricoverata in ospedale, il personale medico e sua moglie lo avevano congedato, dicendogli di tornare l’indomani. Ma quando il giorno dopo era tornato, lei se n’era andata. Ed lui era solo. “Solo”, gridò, “ solo”.

Due anni per lui non erano stati un tempo sufficiente per accettare la sua condizione rovinata e la morte di sua moglie. Allora, che cosa poteva fare per il resto della sua vita? Come poteva andare avanti?

Dato che era emigrato dalla Francia, gli ho chiesto se riusciva a parlare più facilmente in francese. Ma no, non faceva differenza. Aveva amici, un sostegno, la famiglia? No, e poi amava il Canada e la sua vita qui - prima della sciagura.

Da buddista ho parlato dell’essenza di una persona che sta raggiungendo l’eternità, cosa che ha suscitato il suo interesse e un ulteriore disagio. Lei parlava nella sua testa mentre stava morendo e diceva che non c’era più sofferenza, che adesso era felice, che stava bene. In seguito era andato in ospedale, contento che fosse guarita, come gli aveva detto, e la trovò morta. Quello che non poteva perdonarsi è che fosse morta da sola, e adesso era solo e a pezzi. L’unico commento che alleggerì un po’ il suo stato d’animo, è stato quando ho osservato che, “dato che avevate un legame stretto, la vedrà di nuovo. Lei l’aspetterà. Sarete insieme, non da soli”.

 “Si. Lo so”.

E con questo si alzò, tese la mano per stringermela e tornare nella direzione da cui era venuto. Fatto. Ho raggiunto i miei compagni per il nostro pranzo di riunione. Il pranzo era buono; ma l’incontro casuale era stato ancora meglio e aveva corretto il mio punto di vista rispetto a tutti gli psico-lavoratori.

Non importa ciò che otteniamo in questa vita attraverso l’educazione, la fama, i lavori importanti, alla fine produciamo esattamente le stesse condizioni personali, che sono il cuore della nostra vita. In precedenza, non ho potuto vedere la fine di questa classe esaltata di medici, che aveva minacciato la mia sicurezza, straziato la mia carriera, e danneggiato il mio cervello. Ma questo archetipo di esaminatore dell’anima, mi ha invitato sulla sua panchina, per rivelarmi il suo cuore singhiozzante. Il  dolore è stato palesato: non ho potuto fare altro che allungare la mia mano e afferrare la sua.


Guardo con occhi più morbidi.


Referenze:

Behrman, Andy, (2002). Electroboy; A Memoir of Mania, New York: Random House, Inc.;

Burstow, B. & LeFrancois, B.A. & Diamond, S. (Eds.) (2014) Psychiatry Disrupted: Theorizing Resistance and Crafting the (R) Evolution, Montreal: McGill-Queen’s University Press;

Fink, M. (1999). Electroshock: Restoring the Mind, New York: Oxford University Press.

Traduzione a cura di Erveda Sansi


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