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martedì 17 settembre 2019

Cronaca di una “calata” sull’ospedale psichiatrico. Reggio Emilia, novembre 1970 di Piero Colacicchi





il libro è scaricabile gratuitamente qui:
Ricordiamo il nostro amico Piero Colacicchi, a un anno dalla sua scomparsa, ripubblicando una sua testimonianza relativa alla prima “visita di controllo popolare” all’ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia, avvenuta il 23 novembre 1970.
Questo resoconto della prima visita di controllo popolare da parte di un gruppo numeroso di cittadini a una istituzione manicomiale che, per quello che mi risulta, sia mai avvenuta, è stato scritto servendosi di una serie di appunti da me stesso ripresi nei giorni immediatamente successivi, e integrato con interviste e ricerche fatte qualche anno dopo, e parzialmente pubblicate nel libro di Giorgio Antonucci I pregiudizi e la conoscenza. Critica alla psichiatria (1986).

I giovani prime vittime della psichiatria: una testimonianza di Piero Colacicchi



di Piero Colacicchi

Io credo (o, piuttosto: spero) che in un tempo futuro, ma forse non troppo lontano da oggi, verrà istituito il Giorno Mondiale della Memoria in commemorazione delle vittime della Psichiatria e, se ciò dovesse davvero accadere, la data giusta sarebbe il 23 di novembre. 

Il Giorno della Memoria in commemorazione delle vittime dell'Olocausto è stata indetta in ricordo del 27 gennaio 1945 quando le truppe russe entrarono ad Auschwitz e il mondo fu messo di fronte alle conseguenze del pensiero razzista. Il 23 novembre del 1971 avvenne la prima delle 'Calate', cioè la prima delle cinque visite popolari spontanee di controllo all'Ospedale Psichiatrico Statale San Lazzaro di Reggio Emilia. La visita era nata in seguito al lavoro svolto dal Dott. Giorgio Antonucci durante l'anno precedente nella provincia di Reggio per tenere in libertà coloro che erano in pericolo di ricovero obbligato in quell'ospedale. Parteciparono una sessantina di persone venute dai paesi della montagna reggiana ed alcune, io compreso, chiamate da Antonucci da altre città. Questa fu, per quanto ne so, la prima volta nella storia che un gruppo numeroso di cittadini sia entrato insieme, improvvisamente e senza preavviso, in un'istituzione chiusa come un ospedale psichiatrico con la dichiarata intenzione di vedere quello che veramente vi succedeva. Tutti i giornali locali ed alcuni tra quelli nazionali ne discussero per mesi.. Ne parlarono anche all'estero. Ed è appunto perciò che il 23 novembre sarebbe la data giusta per ricordare gli orrori di cui è responsabile la psichiatria: la svalutazione totale e definitiva del pensiero di migliaia di persone e la lenta e metodica distruzioni dei loro corpi.

martedì 7 giugno 2016

Conversazione con Thomas S. Szasz sul pensiero e la pratica di Giorgio Antonucci



Thomas Stephen Szasz



A cura di Piero COLACICCHI ~

Questa conversazione è stata registrata a Zurigo il 28 giugno 1981 in occasione del I Congresso Internazionale della Lega per i Diritti dell'Uomo sul tema "Psichiatria e diritti dell'uomo" La traduzione è stata condotta sul testo registrato.
Apparsa su "Collettivo R" n. 26-28 Maggio '82.


P.C. Stamane il dottor Antonucci nel suo intervento ha risposto a tre domande di fondo poste dagli organizzatori del congresso.
I) Fino a che punto la psichiatria rispetta i diritti umani ? Antonucci ha risposto che i diritti umani cominceranno a essere rispettati soltanto quando la psichiatria sarà scomparsa, in quanto la psichiatria è esclusivamente un'ideologia e un metodo di persecuzione. Così come ha aggiunto non si possono eliminare i campi di concentramento finché non si elimina il razzismo.

martedì 9 settembre 2014

Diritti, Rom e psichiatria di Piero Colacicchi (www.osservazione.org)





Diritti, Rom e psichiatria
Di Piero Colacicchi

Quando negli anni novanta si aprì la discussione sui campi per Rom fui fortemente impressionato da alcuni paralleli con quanto avevo visto negli anni precedenti seguendo il lavoro di Giorgio Antonucci negli ospedali psichiatrici. Qui mi trovavo di fronte a persone che insistevano perché venissero approvate leggi regionali che istituzionalizzassero l’esistenza di campi per nomadi, sostenendo che i Rom erano incapaci di vivere tra la gente (tra ‘noi’), che erano nomadi e che promuoverne l’integrazione sarebbe stato un atto di violenza, mentre i Rom stessi dichiaravano di non essere affatto nomadi, di non aver mai vissuto in campi e di non volerne sapere: chiedevano case, lavoro, scuole per i figli. Là, negli ospedali psichiatrici, avevo visto la pretesa da parte degli psichiatri di curare persone giudicate, anche in questo caso da loro, incapaci di vivere tra la gente, internandole magari per anni; e mi era stato mostrato come questo non avesse niente a che fare con la realtà in cui erano vissuti e che volevano vivere i ricoverati. Nell’uno e nell’altro caso alcune autorità pretendevano di fare gli interessi di altri e di curarne i diritti, mentre i diretti interessati chiedevano, in un modo o in un altro, cose del tutto diverse: e per prima cosa la libertà di scelta. Venivano a cozzare così due concezioni del tutto opposte del concetto di diritto: un ‘diritto’ difeso autoritariamente da alcuni, che si dichiaravano esperti e affermavano l’incapacità di quegli altri di difendersi, ed un diritto reclamato dai diretti interessati ed appoggiato da persone che traevano le loro convinzioni e le loro conclusioni dalla volontà di quegli stessi che gli esperti consideravano incapaci a vivere secondo le loro idee. Né nel campo della psichiatria né in quello dei Rom il dibattito è chiuso, tolto il fatto che i Rom stessi hanno cercato il modo di disfarsi degli esperti e di prendere in mano le redini del loro destino. Gli oggetti delle attenzioni degli psichiatri, invece, quelli che vengono definiti ‘malati mentali’, sono ancora costretti a subire la volontà di coloro che li trattengono nei loro ‘ospedali’ non essendo essi ancora riusciti a imporre – cosa, del resto, realisticamente quasi impossibile - o non avendo ancora ottenuto da chi li appoggia – cosa anch’essa ad oggi solo in pochi casi possibile per il rapporto di forze contrario - la loro libertà.



Perché è così difficile per i ‘ricoverati mentali’ (oggi vittime più di prigioni chimiche che architettoniche) ottenere la libertà di decidere il loro destino? Proprio perché vengono definiti malati e perché la psichiatria, a differenza di quelle pseudo-antropologie che hanno tentato di imporre la loro idea dei Rom, vive all’interno di un comparto il cui potere, anche storico, è enorme e non è, nel suo insieme, criticabile: la medicina. I Rom invece possono difendersi chiamando apertamente razzista chi voglia opprimerli ed il razzismo, per quanto oggi ancora –anzi sempre più – diffuso è, dopo la scoperta degli orrori dei lager della Germania e dei ghetti del Sudafrica oggetto di dibattito e di condanne a livello mondiale.
Un libro uscito recentemente riapre però il dibattito – in realtà mai chiuso, come si diceva, se pur costretto in limiti ristrettissimi – sul rapporto tra psichiatria e medicina, tra cura e danno e tra diritti reali e ‘diritti’ imposti. “Sorvegliato Mentale: Effetti Collaterali degli Psicofarmaci” di Paola Minelli e Maria Rosaria D’Oronzo, ed Nautilus, Torino, è un manuale ragionato dei farmaci usati dagli psichiatri per ‘curare’, cioè rinchiudere chimicamente, i loro pazienti e degli effetti ‘collaterali’ (ma che dovremmo chiamare reali in opposizione a quelli pretesi ) che questi farmaci hanno sulla salute: su quella vera, quella fisica. Effetti sempre negativi, a volte tremendi, che vanno dalle convulsioni a danni definitivi ed irreparabili. Per curare che? Opinioni. Opinioni di singoli, contrarie al sentire comune e giudicate quindi segno di malattia. Oppure per eliminare brutalmente contraddizioni interne, sempre di singole persone già di per sé impossibilitate a difendersi: quelle contraddizioni in cui ciascuno di noi potrebbe trovarsi e che spesso generano drammatiche, paralizzanti, incertezze. Da capire. Da affrontare con il rispetto che le stesse autrici del libro mettono giornalmente in pratica nel loro lavoro. Per gli psichiatri, invece, malattia, schizofrenia: da estirpare, con ogni mezzo.
In un bel saggio del 1939 su alcune peculiari fisime di Jonathan Swift, Aldous Huxley ( l’autore di Bravo Mondo Nuovo, romanzo/manifesto sulla possibilità di asservire persone per mezzo di sostanze chimiche e sul tipo di regime assoluto che ne deriverebbe ) scriveva: “ Le nostre menti, come i nostri corpi, sono colonie di vite separate che convivono in una condizione di simbiosi cronicamente ostile; l’anima è in realtà un grande conglomerato di anime e il nostro comportamento è, in qualunque dato istante, il prodotto di questa loro guerra infinita.” In quello stesso anno 1939 gli psichiatri Cerletti, Bini (italiani) e Kalinowski (tedesco) perfezionavano l’elettroshock, cioè l’uso di violente scariche elettriche per curare la malattia delle contraddizioni, la schizofrenia. L’idea di usare l’elettroshock su persone partiva, com’ è noto, dall’osservazione del metodo usato nel macello di Roma per anestetizzare i maiali prima dell’uccisione

osservAzione - Centre for Action Research Against Roma and Sinti Discrimination is a non governmental organisation engaging in a range of activities aimed at combating anti-Romani racism andhuman rights abuse of Roma and Sinti in Italyhttp://www.osservazione.org/

lunedì 11 agosto 2014

Grazie a Piero Colacicchi per la tua lotta instancabile a fianco degli oppressi. Oggi ci hai lasciati, ma i semi che hai sparso continueranno a crescere..

http://coopofficina.blog.tiscali.it/2007/04/page/2/?doing_wp_cron

Cara redazione,
la piacevole sorpresa di trovare nelle vostre pagine sia un giudizio positivo a proposito della mia introduzione alla raccolta di prose e poesie zingare Romané Krle, sia una scheda su L'urbanistica del disprezzo curato da Piero Brunello, libro pubblicato e poi dimenticato sia dall'editore manifestolibri sia da buona parte dell'Arci che pure vi aveva collaborato, e a cui ho contribuito con due articoli, mi spinge a scrivervi. Non lo faccio tanto per ringraziarvi, ché, dato l'argomento, sarebbe fuori luogo, quanto per invitarvi ad affrontarlo ancora, dando cioè maggiore spazio ai problemi in cui si dibattono i rom. E' una questione che a molti appare non chiara, e proprio per questo dovrebbe ottenere ancora più rilievo in pagine libertarie.
Il "problema degli zingari", come ho già scritto più volte, visto cioè come "problema" da chi non è rom, è una vecchissima invenzione del mondo non rom. Siamo stati noi non rom, come società dominante, a creare le premesse per una divisione quasi invalicabile tra rom e non rom, e forse addirittura a inventare il mondo zingaro come tale. Secoli di bandi e di persecuzioni contro zingari e vagabondi ne sono la prova. Perfino il termine con cui sono più spesso definiti, cioè "nomadi", è nato -perlomeno quando fu applicato ai rom- non con lo scopo di descrivere un modo di vivere, ma con quello di segregarli, in maniera più subdola, ma non meno efficace, di quanto si fece con il termine "asociali" attribuito loro dai nazisti. Prova ne sia la sua sopravvivenza come concetto ispiratore delle recenti, e ancora mai sufficientemente criticate, leggi regionali e dei loro infami prodotti, i "campi nomadi".
I primi scrittori ad usare "nomadi" parlando di zingari, tra cui Adriano Colocci, autore nel 1889 della prima voluminosa pubblicazione italiana Gli zingari, storia di un popoloerrante (con sottile gioco tra i significati di "errare" come "girovagare" e come "sbagliare", come infatti viene spiegato ben presto nel testo) furono subito criticati sul piano linguistico da filologi che sapevano il loro mestiere come De Nino, che non vedevano giustificazioni all'uso distorto di un vocabolo antico e radicato: "nomadi uguale pastori".
Se noi paragoniamo le umanissime e indignate pagine di Elisée Reclus dedicate nella suaGeografia universale ai Bohemiens -come venivano chiamati allora i rom e a cui egli attribuisce, sia pure con diverso intento, il termine "nomadi"-, con quelle positivisticamente "scientifiche" e alla fine sprezzanti del Colocci, ci renderemo conto di quanto queste opposte posizioni morali e politiche influissero (e ancora influiscono) nelle visioni gagé (cioè nostre, non rom) dei rom: mentre in Colocci "nomadi" ha significato poco meno che di randagi, in Reclus ha valore di emarginati, scacciati, deportati.
Cito da appunti presi anni fa e frettolosamente tradotti dal libro di Reclus, L'homme et la terre (Libraire Universelle, Paris 1905): "nei paesi civili d'Europa i Bohemiens sono oggi considerati come non appartenenti al genere umano. Quali appestati li si costringe in campi fuori dalle città e dai villaggi. Per loro vengono inventati i più assurdi regolamenti di polizia basati sul sospetto e sulla pura violenza mentre vengono spinti quasi a forza verso il furto e l'illegalità ponendo di fronte a loro ogni sorta di impedimenti al commercio e al lavoro. Da certe zone vengono deportati in massa [...] Sospettati e colpiti da pregiudizi, scacciati dalle campagne, sbattuti fuori dalle città, non resta loro, pena la morte per fame, che tentare di disperdersi tra il proletariato. D'altra parte essi sono sempre così poco presi in considerazione da far pensare che le leggi - tolte quelle repressive - non fossero state concepite anche per loro. Sono stati continuamente imprigionati e deportati in base a semplici ordinanze amministrative prive del minimo appiglio giuridico".
Sono parole che potrebbero essere state scritte oggi, nei giorni cioè dei campi per nomadi, delle ordinanze di sgombero con tanto di blitz, e delle deportazioni in massa di nuovo minacciate in Italia e già effettuate in Germania.
Purtroppo col tempo ha finito per prevalere la visione di Colocci, di Lombroso, di Capobianco (un giudice dei primi del '900 autore di un libro contro gli zingari).
Sembra quasi che il genocidio subito dagli zingari abbia in qualche modo confermato, invece che eliminato, i pregiudizi nei loro confronti e dato più spazio ai pretesti, con l'appoggio ingenuo di un numero impressionante di brave persone piene di buona volontà e di altrettanto conformismo.
I rom (a dispetto di chi ha in testa schemi belli e prefabbricati) sono, assai terra terra, tutti diversi gli uni dagli altri per storia e mentalità e tutti pieni di idee e ambizioni diversificate. Ci sono giovani che sognano di fare i bancari, gli avvocati o i professori universitari, giovani che pensano alle discoteche, e altri che non hanno prospettive. Ci sono anziani che sospirano i tempi andati quando giravano le campagne a vendere pentole di rame e ce ne sono altri che, bloccati nei campi italiani, ricordano con nostalgia le case di Skopije e di Pristina o quelle di Sarajevo, Mostar o Banja Luka bombardate o in mano ai serbi.
Ci sono sinti che si rinchiudono in piccoli campi autogestiti dedicandosi a vecchi o nuovi artigianati e sinti che imprecano contro i nuovi sistemi di tassazione che impediscono loro di sopravvivere viaggiando con i luna park, sinti che vivono in enormi e costose roulotte e sinti che restaurano case diroccate per mettere su scuderie. E ci sono tanti, tantissimi rom disoccupati, costretti a mendicare (molti dei quali per la prima volta, da quando cioè sono in Italia).
E' un mondo che, nell'insieme, racchiude una cultura composita, viva, con tradizioni antiche, ma fatto di gente impaziente di vivere nell'oggi, come tutti - tanti esseri singoli spesso schiacciati da forze enormi.
Sono contro di loro i pregiudizi e gli stereotipi, le leggi (pensiamo a quelle sull'immigrazione per coloro che provengono dalla ex Jugoslavia) e le già ricordate norme regionali; sono contro di loro -con discriminazioni subdole ma feroci- una buona parte dei pubblici impiegati, che contribuiscono alla loro condizione di continua irregolarità. Ho sotto gli occhi quello che scrisse Camillo Berneri dopo essere andato "in cerca degli zingari, al nord di Berlino, dove, su terreni vaghi, hanno la zona loro riservata", nel 1936. "Grava su di essi - scrisse Berneri - la minaccia baffuta e luccicante del gendarme e gli sguardi di sbieco della gente" (Pensieri e battaglie, Parigi 1938, pp. 195-198).
Ecco perché sarebbe bene, credo, che "A" dedicasse un po' di spazio a riconsiderare tutta la questione, interpellando i diretti interessati. Forse potrebbe nascere qualche proposta sensata e concreta al posto delle tante, assurde, che circolano - un'analisi seria da cui potrebbero prendere avvio provvedimenti positivi (come inutilmente intendeva fare chi di noi ha dato vita al libro L'urbanistica del disprezzo).
Oggi, stritolati tra buoni sentimenti e rancore, assistenzialismo e repressione, tutela e disprezzo, buonismo e ostilità, disinteresse per le loro vite e interessi politici ed economici da parte di chi dice di aiutarli, i rom, gli uomini le donne i bambini, hanno ben pochi appigli a cui aggrapparsi per sopravvivere.
Fraterni saluti,

Piero Colacicchi (Firenze)