Intervista a cura di Erveda Sansi
– Parlaci di Dante Alighieri! – Chiedono alcuni amici, provenienti da Bruxelles, Oviedo e Milano che a Firenze incontrano Giorgio Antonucci, dopo la visita alla casa natale di Dante. Di seguito uno stralcio della conversazione, trascritta qui da Vincenzo Iannuzzi.
Dante è importante perché la lingua italiana si riferisce ancora a lui, nel senso che se uno legge la Divina Commedia, a parte le difficoltà dovute all’interpretazione di certe cose che sono dei tempi passati, però la lingua “Nel mezzo del cammin di nostra vita” è precisa, si parla ancora così. Cosa singolare, perché per esempio gli inglesi attuali non leggono Shakespeare nell’originale, perché la loro lingua è cambiata. Per gli italiani, ora non so dire il perché, la lingua è rimasta collegata a Dante, perché è cominciata con Dante, è diventata la lingua nazionale e continua a essere attuale tuttora. Benigni può recitare Dante in un teatro e tutti lo possono ascoltare e capire, perché la lingua non è cambiata. Questo per quanto riguarda la lingua. Lascio stare il discorso della poesia in questo momento, ma per quanto riguarda il pensiero, Dante ufficialmente è cattolico. Però le sue idee sono tutte originali, lui va per conto suo. Nella pratica Dante, siccome fu eletto priore, viene mandato come delegato a Roma, perché il Comune di Firenze vorrebbe sottrarsi all’influenza del papa. Firenze è un Comune, come del resto Bruxelles, che si è formato allora, nel duecento. Questo Comune fa fatica a mantenere la propria indipendenza dall’influenza dell’imperatore e del papa. Dante va a Roma e dice al papa tutto quello che pensa. Il che significa che, per gli intrighi che ci sono, il papa ha aumentato il suo potere su Firenze e quando Dante vuole rientrare glielo impediscono condannandolo a morte. Tra l’altro con una scusa assurda: lo fanno condannare a morte come se avesse fatto delle speculazioni, come se avesse preso delle tangenti, quando Dante è assolutamente al di fuori di queste cose. Era stato priore, si era occupato anche dei lavori pubblici e aveva fatto tutto correttamente, ma lo accusano di aver fatto delle irregolarità. Allora comincia il suo esilio. Ad un certo punto dell’esilio, la Repubblica di Firenze gli offre di rientrare se scrive una lettera in cui si dichiara colpevole e si pente. Lui risponde che a Dante Alighieri nessuno dice di dichiarare il falso per rientrare in città. Allora lo ricondannano a morte una seconda volta, riconfermano la condanna a morte e implicano anche la famiglia, che deve scappare. Così è stato condannato a morte due volte.



