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mercoledì 27 febbraio 2019
lunedì 31 dicembre 2018
Magnetismo Farmacologico: Un Nuovo Concetto Scientifico — Peter Breggin, M.D. —
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| La psicologia della libertà di Peter Breggin |
Il testo che segue è la traduzione italiana di un intervento del Dr. Breggin durante la trasmissione radiofonica Live Like an American!
(Radio Report No. 23, The Savage Nation, 29 Giugno, 2009). Il testo e l’audio originali sono reperibili al seguente link:
http://breggin.com/index.phpoption=com_content&task=view&id=243
http://breggin.com/index.phpoption=com_content&task=view&id=243
Traduzione dall'inglese a cura di Erveda Sansi e Tristano Ajmone, febbraio 2013.
In questi anni ho esaminato, in qualità di psichiatra, innumerevoli casi di individui che sono andati fuori di testa con gli psicofarmaci. Molti di questi uomini, donne e bambini sono stati esaminati per casi legali, altri invece no. Quando ho riesaminato quasi un centinaio di queste storie di vita reale per il mio ultimo libro Medication Madness (La Follia Della Cura), ho iniziato a vedere un modello che io chiamo magnetismo farmacologico. Dal punto di vista tecnico questo nuovo concetto scientifico viene chiamato intossicazione anosonognosica*: non avere la percezione di essere intossicati.
mercoledì 12 settembre 2018
Giorgio Antonucci. L’importanza di Dante
Intervista a cura di Erveda Sansi
– Parlaci di Dante Alighieri! – Chiedono alcuni amici, provenienti da Bruxelles, Oviedo e Milano che a Firenze incontrano Giorgio Antonucci, dopo la visita alla casa natale di Dante. Di seguito uno stralcio della conversazione, trascritta qui da Vincenzo Iannuzzi.
Dante è importante perché la lingua italiana si riferisce ancora a lui, nel senso che se uno legge la Divina Commedia, a parte le difficoltà dovute all’interpretazione di certe cose che sono dei tempi passati, però la lingua “Nel mezzo del cammin di nostra vita” è precisa, si parla ancora così. Cosa singolare, perché per esempio gli inglesi attuali non leggono Shakespeare nell’originale, perché la loro lingua è cambiata. Per gli italiani, ora non so dire il perché, la lingua è rimasta collegata a Dante, perché è cominciata con Dante, è diventata la lingua nazionale e continua a essere attuale tuttora. Benigni può recitare Dante in un teatro e tutti lo possono ascoltare e capire, perché la lingua non è cambiata. Questo per quanto riguarda la lingua. Lascio stare il discorso della poesia in questo momento, ma per quanto riguarda il pensiero, Dante ufficialmente è cattolico. Però le sue idee sono tutte originali, lui va per conto suo. Nella pratica Dante, siccome fu eletto priore, viene mandato come delegato a Roma, perché il Comune di Firenze vorrebbe sottrarsi all’influenza del papa. Firenze è un Comune, come del resto Bruxelles, che si è formato allora, nel duecento. Questo Comune fa fatica a mantenere la propria indipendenza dall’influenza dell’imperatore e del papa. Dante va a Roma e dice al papa tutto quello che pensa. Il che significa che, per gli intrighi che ci sono, il papa ha aumentato il suo potere su Firenze e quando Dante vuole rientrare glielo impediscono condannandolo a morte. Tra l’altro con una scusa assurda: lo fanno condannare a morte come se avesse fatto delle speculazioni, come se avesse preso delle tangenti, quando Dante è assolutamente al di fuori di queste cose. Era stato priore, si era occupato anche dei lavori pubblici e aveva fatto tutto correttamente, ma lo accusano di aver fatto delle irregolarità. Allora comincia il suo esilio. Ad un certo punto dell’esilio, la Repubblica di Firenze gli offre di rientrare se scrive una lettera in cui si dichiara colpevole e si pente. Lui risponde che a Dante Alighieri nessuno dice di dichiarare il falso per rientrare in città. Allora lo ricondannano a morte una seconda volta, riconfermano la condanna a morte e implicano anche la famiglia, che deve scappare. Così è stato condannato a morte due volte.
martedì 3 aprile 2018
Ricordare per conoscere - Auschwitz e “Il giorno della memoria”
di Erveda Sansi
http://www.tellusfolio.it/
Primo Levi, affrontando il gravoso compito di richiamare alla memoria il suo vissuto ad Auschwitz, si prefisse, con il libro-testimonianza I salvati e i sommersi, di rispondere alla domanda per lui più urgente: «Quanto del mondo concentrazionario è morto e non ritornerà più, come la schiavitù ed il codice a duelli? Quanto è tornato e sta tornando? Che cosa può fare ognuno di noi, perché in questo mondo gravido di minacce, almeno questa minaccia venga vanificata?».
Con la legge n. 211 del 20 luglio 2000, la Repubblica Italiana riconosce il 27 gennaio come “Giorno della memoria”, data in cui nel 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa liberarono gli ultimi superstiti, 7.000 circa, del campo di sterminio di Auschwitz.
Jean Baudrillard però mette in guardia, che senza il «lavoro della memoria», il «dovere della memoria» si trasforma in routine inutile, controproduttiva. «La commemorazione si oppone alla memoria: si compie in tempo reale e di colpo l’avvenimento diventa sempre meno reale e storico e sempre più irreale e mitico», scrisse su Libération il 17 febbraio 2005.
Con Auschwitz Birkenau si identifica l'insieme dei campi di concentramento e del campo di sterminio situato nei pressi della cittadina polacca di Oświęcim (in tedesco Auschwitz). I tre lager principali e i 39 sottocampi di lavoro di cui era costituito, occupavano una superficie di 40 chilometri quadrati. Nel 1940 era stato attivato Auschwitz I, dove trovarono la morte per lo più deportati politici, intellettuali polacchi e prigionieri di guerra sovietici (degli oltre 13.000 deportati sovietici ne sopravvissero solo 92). Su ordine di Himmler nel 1941 fu costruito un campo di distruzione, che venne chiamato Auschwitz II Birkenau; qui vennero uccisi circa un milione di persone, soprattutto ebrei e zingari. Il campo subì poi ancora vari adattamenti per rendere più efficiente l’opera di sterminio. Nel lager Auschwitz III Monowitz i detenuti dovevano lavorare fino allo stremo per numerose ditte, gran parte delle quali tuttora attive. Il settore BIIf era composto dall’ospedale, dove si effettuarono anche esperimenti medici su cavie umane, come quelli tristemente famosi del Dottor Mengele.
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martedì 18 agosto 2015
Erveda Sansi - Barò porrajmos e… altre storie “zingare”
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| Vincenzo Jannuzzi, 'Festa zingara sotto la luna', 2010 |
Quando l'attualità incrocia la storia | |||
Ho letto spesso sui quotidiani, soprattutto in questi ultimi tempi, notizie sconcertanti riguardanti gli “zingari” stanziati in Italia. Incuriosita ho iniziato a cercare informazioni su di loro e mi sono imbattuta in tre libri che, quale luogo di origine degli “zingari”, indicavano un quartiere in India, dal nome Sansi (Nebojša Bato Tomaševic, Rajko Djuri, Zingari, Rizzoli; Danielle Soustre de Condat, Rom una cultura negata, Città di Palermo 1997 e Bart McDowell,Zingari vagabondi nel mondo, Giunti). Mi sono così ritrovata ad immaginarmi di avere delle ascendenze in questo gruppo etnico, fantasia che produceva in me una sensazione di disagio, persino di imbarazzo. Toccata in prima persona, sono stata sopraffatta da tutta una serie di stereotipi e pregiudizi antizingari e, di conseguenza, ancora più motivata ad approfondire questo tipo di impressioni. | |||
Michel Foucault - Il potere psichiatrico e la microfisica del potere
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| Michel Foucault nella sua casa di Uppsala |
Michel Foucault. Il potere psichiatrico e la microfisica del potere | ||
Michel Foucault (1926-1984), cresciuto in una famiglia di medici, sceglie di studiare filosofia e psicologia all'Ecole Normale Supèrieure di Parigi sotto la guida di Merleau-Ponty, Hyppolite e Althusser. Affronta con grande disagio l’esperienza della propria omosessualità e in seguito a dei tentativi di suicidio, il padre vuole farlo ricoverare al Sante-Anne, ma Althusser lo dissuade.
Otterrà i suoi primi incarichi come assistente di psicologia all’Università di Lille. In seguito lavora come lettore presso l’Istituto di cultura di Uppsala e nel 1958 è incaricato a riaprire il centro di Civilisation Française all’Università di Varsavia; verrà espulso dalla Polonia a causa della sua omosessualità. Nel 1958 lavora come direttore all’Istituto culturale francese di Amburgo. Rientrato in Francia, insegna psicologia all’Università di Clermont-Ferrand.
La sua prima opera importante, Folie et déraison (Follia e sragione. Storia della follia nell’età classica), che era stata rifiutata dall’editore Gallimard, viene pubblicata nel 1961, grazie all’interessamento di Philippe Ariès. Nel 1966 cura con Deleuze l’edizione francese dell’opera omnia di Nietzsche e pubblica Le parole e le cose. |
lunedì 17 agosto 2015
Prevenire la violenza. Conoscere per capire. Conoscere per agire. di Erveda Sansi
Prevenire la violenza
Conoscere per capire. Conoscere per agire
di Erveda Sansi
Purtroppo il 2014 ha ancora visto un aumento dei femminicidi, anche se in Italia la mancanza di dati ufficiali non ci permette di conoscere a fondo il fenomeno e ancora mancano soluzioni serie e concrete. Da un anno è scaduto il Piano Nazionale Antiviolenza sulle donne e ci si chiede quando verrà attuato un vero Piano di Azione condiviso con le organizzazioni che lavorano sul tema. Un primo passo è stato fatto: la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, (cosiddetta Convenzione di Istanbul) è stata ratificata in Italia nel 2013 ed è entrata in vigore nel 2014. Ma la stessa Convenzione, insieme alle raccomandazioni CEDAW-ONU del 2011 indirizzate all’Italia, e quelle della Special Rapporteur – Onu sulla violenza del 2012 prevedono e richiedono politiche che sostengano la prevenzione, risposte adeguate alle donne vittime di violenza, una preparazione adeguata degli operatori e dei cittadini, la creazione di una nuova cultura rispettosa delle differenze, la raccolta dei dati e il riconoscimento del sapere e del ruolo delle organizzazioni culturali e delle donne impegnate da anni su questo grande problema politico. |
Leonard Roy Frank - Stop all'elettroshock - di Erveda Sansi
| Stop all’elettroshock di Erveda Sansi Una serata su questo tema, per iniziativa dell'associazione “Il cappellaio matto”, si tiene Domenica al BarBara's Pub di Delebio | |
Leonard Roy Frank, morto il 15 gennaio scorso, è stato uno dei portavoce più significativi del movimento dei sopravvissuti alla psichiatria statunitense e uno dei più importanti attivisti per i diritti umani e civili. Dopo essersi laureato ha lavorato fino a quando decise di prendersi un periodo sabbatico per dedicarsi a letture di politica, storia, religione, psicologia e filosofia; diventò vegetariano, si fece crescere la barba e cominciò a occuparsi di spiritualità e non-violenza. I suoi genitori, scandalizzati da questa sua scelta, lo fecero ricoverare in un reparto psichiatrico, contro la sua volontà, dove fu sottoposto coercitivamente a 50 insulinocoma e 35 elettroshock. Questo trattamento (che non sarebbe sbagliato chiamare tortura), gli causò una grande perdita di memoria e, all’uscita dall’ospedale, dovette imparare dei metodi per ricostruire la sua mente. Dalle sue parole: «Ho iniziato a rieducare me stesso. Ho tenuto una lista di parole su schede 3x5, di solito coppie o terne di parole ricavate dai libri. È stato un meraviglioso esercizio, perché ha ristabilito la mia capacità di associare una parola all’altra». Oltre a condurre una galleria d’arte (scopre il pittore G. Mark Mulleian), fa parte della redazione della rivista Madness Network News ed è cofondatore dell’organizzazione politica NAPA Network Against Psychiatric Assault. È autore di molti testi specialistici ed è considerato uno dei maggiori esperti, soprattutto per quello che riguarda l’elettroshock: «Negli ultimi 35 anni ho studiato le varie procedure di shock, particolarmente l’elettroshock o TEC, ho parlato con centinaia di sopravvissuti alla TEC e ho comunicato con molti altri. Tutte queste fonti e la mia esperienza personale, mi hanno fatto arrivare alla conclusione che la TEC è una tecnica brutale, disumanizzante, che distrugge la memoria, riduce l’intelligenza, danneggia il cervello, lava il cervello e mette in pericolo la vita».
Un diario anomalo. Giorgio Antonucci, una vita a restituire la libertà
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| Giorgio Antonucci |
Giorgio Antonucci (foto)
ha dedicato tutta la sua vita allo smantellamento dei reparti
manicomiali: a Cividale del Friuli (1968), a Gorizia (1969), a Reggio
Emilia (1970-72) e dal 1973 a Imola, dove ha lavorato come primario di
alcuni reparti autogestiti.
La sua ultima pubblicazione, Diario dal manicomio,
narra la realtà psichiatrica, a diretto contatto di coloro che sono
stati definiti ammalati mentali. Un argomento che interessa pochi,
soprattutto quando il punto di vista mette in discussione le nostre
convinzioni radicate perché, afferma Giuseppe Gozzini, se lo psichiatra è
l’esecutore noi, cosiddetti normali, siamo i mandanti.
Il
coinvolgimento di Giorgio Antonucci è stato totale, sempre in ascolto
dei problemi reali di coloro le cui necessità erano rimaste inascoltate. «Viene il momento in cui nessuno ti prende più sul serio come essere pensante e questo appare come un cambiamento senza ritorno». |
domenica 6 luglio 2014
lunedì 30 giugno 2014
L'arte di Riccardo Salini
Riccardo Salini è nato nel 1955 ad Ardenno (Sondrio), dove tuttora abita e lavora. «La poesia mi è stata tramandata da mio nonno Umberto» racconta Richi. «Durante la prima guerra mondiale con alcuni suoi commilitoni si era disperso in una valle dalle parti di Caporetto, dove era riuscito a sopravvivere per quattro mesi cibandosi prevalentemente di radici. Al ritorno aveva iniziato a scrivere brevi poesie, un po’ nello stile di Ungaretti, con il tema della guerra, in dialetto valtellinese. Ho fatto appena in tempo a leggerle, poi purtroppo il libretto che conteneva le sue poesie è andato perso, forse nel tentativo di farle pubblicare, da parte di uno zio di Napoli», conclude e mi passa la sua cartella di composizioni, alcune delle quali sono già uscite sulla “Bottega letteraria” inserto de ’l Gazetin e su altre riviste locali. Nel 1996 ha pubblicato un volumetto e nel 2004 un altro insieme a Marino Spini.
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