giovedì 9 gennaio 2020

Legge 180. in memoria di Giorgio Antonucci

Esistono forme di intelligenza e di sensibilità verso il prossimo che resistono e di fatto contrastano una prassi psichiatrica fondata sulla repressione, sulla violenza e sulla reificazione del presunto malato

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Continuate in quello che era giusto”
Alex Langer

In occasione della morte di Giorgio Antonucci ognuno di noi ha espresso spontaneamente i propri sentimenti di lutto nel vivo ricordo del contributo fondamentale che Giorgio ha dato alla causa della libertà e della salute in particolare, a sostegno delle persone più emarginate e discriminate nella nostra società e nell’interesse di tutta la collettività considerato che la violenza della psichiatria può abbattersi su chiunque di noi.
Oggi forse siamo in una fase nuova in cui alla prima reazione emotiva può subentrare un discorso concreto. Se Giorgio ha piantato o contribuito a piantare una foresta (da cui dipende il futuro della umanità sul piano sociale, culturale e fisico) cosa possiamo fare per continuare a tenere viva questa foresta?

Rispetto a cinquant’anni fa, le condizioni fisiche e ambientali sono cambiate. Le mura del manicomio, per come storicamente realizzate, non esistono più. E mutati sono anche gli strumenti di controllo dei comportamenti oggi in uso: per certi versi meno cruenti (anche se questa non è una costante, soprattutto se osserviamo il panorama mondiale) e più sofisticati ma anche più diffusi, pervasivi e capillari. Pensiamo all’ipotesi del braccialetto per controllare non più solo i detenuti agli arresti domiciliari ma anche i lavoratori. Pensiamo all’avveniristica ipotesi prospettata da scienziati cinesi di controllare, con gli strumenti della neuroimaging, anche i pensieri e persino gli umori e la “fedeltà”dei lavoratori nei confronti del sistema aziendale.
Ma è il caso di tornare sullo specifico della psichiatria.
Già molti anni fa, anche prima della legge 180, i più lungimiranti paventarono il rischio che si passasse dal manicomio al “terricomio”, il rischio cioè (non nuovo ma incombente persino dagli anni ’50 del secolo scorso) che la contenzione fisica cedesse il passo alla contenzione chimica cioè farmacologica.
Pare di poter dire che oggi il tasso di coercitività e quindi di violenza della psichiatria è ancora estremamente elevato e peraltro associato a fortissime fluttuazioni territoriali.
Basta leggere i dati sui Tso – trattamenti sanitari obbligatori – in Italia; o anche osservare il quadro dell’uso dei mezzi di contenzione fisica (ancora oggi in esercizio) nei presìdi ospedalieri pubblici, per non parlare di quelli privati.
Per entrare più nel dettaglio della critica all’esistente svilupperò il discorso in tre capitoli:
  1. Dagli OOPPGG alla REMS
  2. Modalità di gestione e presa in carico della sofferenza psichica : intervento della sanità pubblica e di quella privata
  3. Approccio sociale e approccio “specialistico”
Dagli OOPPGG (ospedali psichiatrici giudiziari) alle RREEMMSS (residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza)
Ci sono voluti 40 anni dopo il 1978 perché i decisori politici prendessero atto di un ragionamento molto semplice: se il manicomio non è una risposta idonea in generale perché dovrebbe essere idonea per quelle persone dichiarate “incapaci di intendere e volere” che hanno commesso reati? Come sappiamo la stragrande maggioranza dei reati di riferimento, storicamente parlando, sono stati quelli che vengono definiti di basso profilo giuridico o, nel linguaggio informale, reati “bagatellari” che tuttavia molto spesso, a causa delle immotivate e abusive reiterazioni delle misure di sicurezza, si sono trasformati in lunghe pene o persino ergastoli. A una certa data le istituzioni hanno avuto un sussulto (molto tardivo) di realismo e dopo una inchiesta parlamentare che ha nuovamente fotografato la situazione orrida e disumana degli ooppgg (un giornalista emiliano parlò di quello di Reggio Emilia come «il canile in cui vengono tenuti gli uomini») ha varato un procedimento formale di superamento e di trasformazione che ha portato appunto allo scioglimento della vecchia struttura e all’istituzione delle REMS. Ora si tratta di verificare se e quanto la Rems sia cosa diversa dall’Opg. Nella Rems , nonostante il superamento degli aspetti più lugubri e palesemente manicomiali degli ooppgg, sopravvive un approccio custodialistico che connota alla fine la struttura più come carcere che come luogo di accoglienza. Di recente nella Rems di Bologna è stato collocato un filo spinato di foggia militare, verosimilmente “giustificato” da un pregresso episodio di fuga di un immigrato detenuto. In verità, se la istituzione ritiene di dover evitare le fughe (in effetti ciò è coerente con lo statuto attuale della Rems) deve comunque farlo con strumenti diversi senza mai comunque rinunciare a guadagnare il consenso della persona. Se la persona percepisce la sua permanenza in una residenza di questo tipo come opportunità (se le relazioni sociali non vengono contrastate, la permanenza diventa occasione anche di apprendimento in termini di cultura e di professionalità ecc.) è evidente che la accoglienza si trasformerebbe in quello che dovrebbe essere: occasione di empowerment e di miglior benessere rispetto ad altre opportunità di stentata sopravvivenza all’esterno.
Al momento si evidenziano queste contraddizioni:
  1. Le Rems non sono sottoposte al monitoraggio da parte delle Ausl come invece noi proponiamo da tempo
  2. Le sedi per numero e dislocazione non paiono rispondere a criteri compatibili con il principio della territorializzazione della pena
  3. Sono presenti in Italia alcune Rems gestite dal privato (quantomeno in Puglia e in Piemonte) e questa è una scelta assolutamente inaccettabile
  4. Le prerogative della persona internata paiono addirittura inferiori a quelle accordate (sulla carta, poi è tutto da verificare) alla persona in Tso; in effetti tuttavia non è sempre chiaro se la impostazione custodialistica persino più rigida di quanto accada in regime di Tso sia un imput dei magistrati e/o una opzione degli operatori
  5. Le Rems rimangono un terreno in cui attecchisce ai massimi livelli l’ideologia e la prassi di una psichiatria difensiva la quale piuttosto che concentrarsi sul percorso di riabilitazione mette in pole position la “sicurezza sociale” (come al solito in termini di ordine pubblico) e la sicurezza degli operatori e dei giudici frequentemente più inclini alla prassi di “buttare la chiave” piuttosto che a “rischiare” la libertà; molto spesso il modo o l’unico modo di uscirne è quella forma di adesione passiva al trattamento che si materializza nella somministrazione dei farmaci depot i quali rappresentano la massima espressione di diffidenza del “curante” nei confronti del “curato”
  6. Lo stato italiano peraltro non ha una idea chiara del quadro , se così vogliamo dire, “epidemiologico” del disagio psichiatrico; sono fin troppi i casi (spesso denunciati da Radio Carcere) in cui tante persone sono state trattenute in gabbia solo perché “non c’era posto nella Rems”. A rendere poi più nebulosa e fosca la prospettiva futura sta l’irresponsabile incertezza con cui il Parlamento sta gestendo o meglio sta ibernando la riforma del nuovo regolamento penitenziario; una incertezza che prelude a intenti apertamente dichiarati di crescita dei tassi di carcerazione
  7. In conclusione le Rems devono essere superate e sostituite da strutture non penitenziarie capaci di gestire la accoglienza e di mettere in campo veri percorsi di riabilitazione e di socializzazione.
Modalità di presa in carico della sofferenza psichica
Un primo dato apparentemente sorprendente è che in materia di psichiatria la parola “prevenzione” pare non pronunciabile. Sollevai un problema, nel corso del mio lavoro istituzionale nella Ausl di Bologna : per quale motivo nel dipartimento di prevenzione delle Ausl – in quella sorta di “direzione” che si riuniva per discutere periodicamente della programmazione del lavoro vi fossero medici igienisti, del lavoro, veterinari, chimici, ecc.- non vi fosse nessun portavoce della psichiatria? Il fatto è che oggi la psichiatria istituzionale/pubblica e, peggio ancora, quella privata, si colloca – come nella peggiore tradizione storica della medicina generale – dietro una scrivania ad aspettare che si manifesti “il sintomo” per : gestirlo (prevalentemente in una ottica di ordine pubblico), reprimerlo, distruggerlo, cronicizzarlo, quasi mai per prevenirlo.

E’ come se la medicina generale fosse rimasta ancorata ad un modello operativo che mostra indifferenza verso la diffusione dei cancerogeni nell’ambiente per poi intervenire solo di fronte alla malattia conclamata. Non che la questione , per la medicina generale appunto, sia da considerare “chiusa”; tutt’altro ( vedi bibliografia,Un’altra medicina è possibile). Ma il confronto tra prevenzione e medicina curativa è, almeno, sempre stato vivo anche se con vicende alterne per l’una o l’altra sponda.

Viceversa in”psichiatria” la prevenzione è stata quasi sempre ridotta a un tabù, salvo alcune importanti ricerche sia in epidemiologia che nel campo di quella che è stata definita geopsichiatria. Non sono mancate peraltro capacità di osservazione e di analisi sulle cause dei disturbi psichiatrici o in particolare dei comportamenti suicidari (ovviamente non correlati univocamente alla questione psichiatrica) però mai in Italia e nel mondo abbiamo visto estrinsecarsi un vero programma di prevenzione. Un programma di prevenzione non è nell’interesse delle multinazionali del farmaco né del potere politico ed economico in quanto andrebbe a configgere con interessi e gerarchie consolidati. A esempio, dopo alcune esperienze significative nel campo del distress e del mobbing occupazionale ora è facile che il lavoratore “depresso” a causa di costrittività lavorative si senta rispondere dall’operatore della prevenzione(!): «lei dovrebbe ringraziare perché almeno un lavoro ce l’ha… di questi tempi». Ovviamente la prevenzione in alcuni ambiti macrosociali (i luoghi di lavoro, le scuole, le comunità) può essere più facile che non in ambiti protetti e riservati come le famiglie. Tuttavia , a mio avviso, la questione della prevenzione che è sempre stata importante lo sarà sempre di più nel futuro, a causa della aggressività mistificante e illusoria delle teorie biologiche che sono a sostegno del consumismo farmacologico.
Una constatazione che considero un “evento-sentinella” mi ha impressionato : a Bologna, in tutta la città, non pare reperibile una copia del libro “Anoressia mentale” di Palazzoli –Salvini. Un classico e monumentale esempio di approccio non organicista ma relazionale e psicodinamico a una delle più gravi forme di sofferenza psicologica di giovani adolescenti : gli studenti e i futuri specialisti di Bologna dove possono andarlo a studiare?
Parimenti nell’ambito del recente “Festival della scienza medica” (**) sono stati riproposti i vecchi stereotipi che riconducono la violenza contro le donne alla devianza psicopatologica (e all’alcolismo) come fonte principale; la stessa operazione si tenta di fare per spiegare la ondata di intolleranza con punte di violenza omicida nei confronti di immigrati.
Ovviamente non basta riandare alle nostre biblioteche (T.Scheff, Per infermità mentale, nella collana “Medicina e potere”) ma occorre che la nostra memoria e la nostra consapevolezza vengano maggiormente socializzate.
Approccio sociale e/o specialistico
Come già detto la strada maestra è la prevenzione, strategia difficile oggi anche a causa del bombardamento mediatico che evoca ipotesi e soluzioni di tipo biologico. Di recente i media hanno rilanciato tesi organicistiche rispetto alla cosiddetta “schizofrenia” ed è evidente che come conseguenza di queste forme di persuasione occulta, ma anche palese, si possa consolidare una idea sbagliata secondo cui esiste una “malattia mentale” con base organica che prima o poi sarà completamente guarita da un farmaco scoperto dalle benevoli e filantropiche multinazionali. E se non sarà risolta da un farmaco, potrebbe essere risolta, un domani, da un trapianto cerebrale. Non voglio sostenere – e non credo infatti – che si potrà fare a meno, anche in futuro, di esperti nel campo del benessere e della salute mentale. Storicamente queste figure sono sempre esistite: dallo sciamano preistorico, all’esorcista medievale, all’alienista illuminista comparso nel Settecento, al frenologo lombrosiano dell’Ottocento… Queste figure hanno sempre operato –con enormi differenze tra loro, ovviamente – ma sempre a partire da un dislivello di potere enorme rispetto alla persona che chiedeva o era indotta/costretta a chiedere il suo “aiuto”. Si tratta di far evolvere questo rapporto da una condizione gerarchica e vessatoria ad una relazione connotata da “validazione consensuale” reciproca , secondo l’esperienza che fu alla base della nascita della medicina del lavoro contemporanea in Italia (validazione consensuale e non delega al tecnico).
Che fare?
Esistono forme e sacche di resistenza e di resilienza nonché tentativi di miglioramento tesi a superare la associazione obbligatoria fra psichiatria e coercizione.
Purtroppo l’antipsichiatria è stata relegata in piccole nicchie di resistenza più ideologica che pratica e quindi non in grado di modificare la realtà in maniera significativa. Il dissenso è sempre storicamente minoritario e, se pure inefficace, deve comunque continuare a vivere, pena la perdita persino della speranza – futura – del cambiamento. Occorre ragionare su come passare dal dissenso intellettuale e minoritario alla conquista della maggioranza. Esistono forme di intelligenza e di sensibilità verso il prossimo che resistono e di fatto contrastano una prassi psichiatrica fondata sulla repressione, sulla violenza e sulla reificazione del presunto malato.
A mio avviso alcuni obiettivi per l’immediato futuro potrebbero essere questi:
  • Immaginare, proporre e cercare di realizzare un piano per la prevenzione e per la crescita del benessere psichico
  • Contrastare sul piano culturale e pratico la psichiatria manicomiale fondata su stereotipi e coercizione
  • Imporre che dalle politiche di gestione vengano escluse finalità di lucro e sia dunque vietato l’intervento privato
  • Escludere pratiche di contenzione fisica e chimico-farmacologica
  • Garantire modalità di presa in carico del disagio solo di tipo consensuale, escludendo i trattamenti sanitari obbligatori che mostrano in Italia una drammatica discrepanza di entità numerica da regione a regione, un dato sul quale non pare essere in atto una discussione concreta per individuarne le motivazioni nonostante che l’enormità (le discrepanze vanno da 3 a 22 persone per 100.000 abitanti all’anno a seconda della regione)
  • Nazionalizzare la produzione farmaceutica e/o quantomeno sottoporre ogni produzione e vendita a rigorosi sistemi di monitoraggio e supervisione (vedi attività dell’Istituto Cochrane)
  • Istituire il ruolo di garante di fiducia a sostegno delle persone per le quali si propongono trattamenti coatti (qualora questi non fossero – come invece prospettiamo – totalmente superati )
  • Potenziare i gruppi di auto-aiuto proponendo un rapporto con i “tecnici” fondato sulla non delega e sulla validazione consensuale
  • Allargare la vigilanza delle Asl , ma con effettivi poteri ispettivi, alle strutture in cui la persona sia trattenuta e privata della sua libertà (cpt, cie, rems, spdc eccetera)
  • Creare sinergie e unità di azione fra le varie isole dell’arcipelago (oggi troppo frammentato) italiano e mondiale della antispichiatria per far crescere le pratiche che rispettano la libertà e la dignità della persona.
Vito Totire
Bologna/Imola, 20.5.2018
BIBLIOGRAFIA
P. Gotzsche, Medicine letali e crimine organizzato, Fioriti editore, collana Naviganti
M. Marmot, La salute diseguale, Il Pensiero Scientifico editore
T. Scheff, Per infermità mentale, collana Medicina e Potere a cura di Giulio Maccacaro, ed. Feltrineli
J. Seikkula, Il dialogo aperto, Giovanni Fioriti editore
V. Totire, Un’altra medicina è possibile, osservazioni a “margine” del IV festival della scienza medica di Bologna, 3-5 maggio 2018 (archivio circolo “Chico” Mendes/Centro “F. Lorusso”; ripreso anche in questa “bottega”
(*) Queste osservazioni sul futuro della psichiatria sono state esposte in occasione dell’incontro a Imola del 20 maggio per ricordare Giorgio Antonucci.
L’IMMAGINE IN  ALTO è dell’archivio Berneri di Bologna. Le altre due – scelte dalla “bottega” – del qui molto amato Yacek Jerka.

 

 

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