giovedì 14 aprile 2016

Non dimenticherò mai, di Irit Shimrat

25 marzo 2016

a work in progress

Non dimenticherò mai, anche se lo vorrei, cosa significa la brutalità psichiatrica. Essere portato in ospedale dalla polizia, con la forza bruta, in manette, anche se la mia unica colpa era la confusione.
Essere spogliata nuda di fronte a inservienti maschi. Essere ammanettata a una barella nel pronto soccorso psichiatrico. Essere dolorosamente bucata nel didietro da un’infermiera che brandiva un ago pieno di uno psicofarmaco che ha immediatamente avuto effetti da incubo. Essere ignorati dalle infermiere che chiacchieravano, quando ho sussurrato, poi ho detto, poi ho urlato che dovevo andare in bagno. Essere lasciata a giacere nella mia merda per ore, mentre discutevano di fidanzati e acconciature.
Essere portata sulla sedia a rotelle in una cella di cemento, fornita solo di un materasso sul pavimento e una toilette di metallo e un lavandino minuscolo, uno spioncino nella porta di metallo, e una telecamera in un angolo del soffitto. Essere lasciata lì per giorni, sotto l’abbagliante luce fluorescente, con qualcuno che arrivava tre volte al giorno a lasciare sul pavimento un triste pasto insipido in un vassoio di plastica. Recitare per la telecamera e scrivere sui muri con la mia merda, quando gli psicofarmaci che avrebbero dovuto mettermi ko, mi hanno reso sempre più pazza
.
Infine, essere rilasciata nel reparto, ma per essere sbattuta di nuovo in isolamento, ogni volta che mi “agitavo”. Imparare lentamente e dolorosamente a conformarmi e così guadagnare “privilegi”, come avere il permesso di indossare un pigiama vero, poi i miei vestiti; avere il permesso di uscire per una sigaretta; avere il permesso di fare una telefonata. Essere derisa e brutalizzata da infermiere esauste.
Infine essere autorizzata a ricevere visitatori, solo perché mi guardassero fisso con orrore e pietà, quando mi trascinavo come uno zombie, troppo drogata per poter fare una conversazione. Infine imparare le parole magiche che mi hanno tirato fuori: “Mi rendo conto che sto male e ho bisogno di prendere questi psicofarmaci per il resto della mia vita”. Farmaci che mi avevano già provocato secchezza della bocca; desquamazione della pelle; estrema costipazione; spasmi muscolari dolorosi; incapacità di sedermi, stare in piedi o sdraiarmi in modo tranquillo - per non parlare dei loro effetti sulla mia mente: il terrore, l’angoscia, il totale fallimento nel mantenere l’autocontrollo. La certezza - la mia unica certezza - che ero morta e che ero andata all’inferno. Che ero stata punita per dei crimini che non riuscivo a ricordare. Che non sarei mai più stata in grado di vivere di nuovo nel mondo.
Mi sbagliavo riguardo a quella certezza, ma la strada per tornare indietro è stata difficile, e ho dovuto percorrerla molte volte. Sempre, quando riprendo la vita di tutti i giorni, mi ritrovo a soffrire per gli effetti dell’istituzionalizzazione, terrorizzata dalla solitudine, perché devo prendermi cura di me stessa, per non essere in grado di farlo al di fuori del manicomio. Ho dovuto soffrire i sintomi dell’astinenza per tutto quello che mi hanno costretta a prendere, che ho smesso di prendere appena sono uscita. Ho dovuto punirmi, picchiarmi, urlare a me stessa per essere stata una tale idiota, per essere stata rinchiusa di nuovo. Ho dovuto passare attraverso settimane o mesi, durante i quali volevo uccidermi, per rendere sicuro che questo non mi accada mai più. Lentamente ho dovuto ricostruire la mia vita. E ho dovuto convivere con gli effetti permanenti, fisici ed emotivi, dell’avvelenamento da psicofarmaci e dei traumi provocati dalla crudeltà istituzionale.
La mia vita è stata comoda, nel complesso. Sono nata e cresciuta nell’ambiente confortevole di una famiglia della classe media, con molto amore e supporto da parte dei genitori, e nessuna violenza o abbandono. Non sono mai stata violentata o picchiata, non ho mai patito la fame. Nonostante ciò, quando ero adolescente mi annoiavo, ha preso molte droghe, e ha finito per impazzire, più volte nel corso degli anni. Ma essere pazza non era, di per sé, una cosa negativa. Se mi fosse stato permesso di attraversarla - se fossi stata trattata con gentilezza e compassione, e incoraggiata ad esplorare i miei pensieri e le mie visioni e dar loro un senso - sarebbe potuta essere la meravigliosa esperienza degli esordi. Avrebbe potuto arricchirmi.
L'unica cosa veramente brutta che mi sia mai successa è la psichiatria. Ha danneggiato il mio corpo e la mente, distrutto la mia autostima e mi ha costretto a reinventare me stessa, più e più volte, ogni volta che mi causava molta sofferenza.

Traduzione a cura di Cristina Paderi e Erveda Sansi

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