giovedì 14 aprile 2016

In Italia non abbiamo una legge contro la tortura di Erveda Sansi

disegno di Vincenzo Iannuzzi

26 marzo 2016


La situazione in campo psichiatrico, in Italia, si è aggravata, quasi senza eccezione, dal periodo in cui si metteva in discussione l'istituzione psichiatrica all’inizio degli anni sessanta. Allora, l’Italia era stata in prima linea per la chiusura dei manicomi. Non solo Giorgio Antonucci, Franco Basaglia e molti professionisti, ma anche una buona parte della gente comune, si era resa conto che gli ospedali psichiatrici non sono luoghi di cura. La società civile, allora, era sensibile al tema della cultura dell’abbattimento dei manicomi. Apparivano pubblicazioni, c’era un dibattito aperto, i lavoratori e gli studenti si organizzavano ed entravano nei manicomi per vedere le condizioni in cui i loro concittadini erano rinchiusi. Hanno protestato e denunciato le condizioni deplorevoli in cui gli internati erano costretti a vivere.

Eppure, da diversi anni, si osserva un processo di re-istituzionalizzazione e allo stesso tempo, in alcuni reparti psichiatrici degli ospedali italiani sono accaduti molti fatti deprecabili, dovuti al trattamento sanitario obbligatorio, l’istituzionalizzazione e la contenzione coercitiva. Alcuni di questi fatti sono diventati noti, dopo che comitati e parenti hanno chiesto giustizia, come nel caso del benvoluto maestro Francesco Mastrogiovanni, di 58 anni, di cui c’è stato un dibattito anche sui canali televisivi nazionali. Franco Mastrogiovanni, dopo un trattamento psichiatrico obbligatorio il 4 agosto 2009, (a causa di un’infrazione stradale: la circolazione, di notte, in una strada chiusa al traffico), è stato pesantemente sedato, legato al letto del reparto psichiatrico di un ospedale di Vallo della Lucania, e lasciato morire dopo quattro giorni di abbandono. Durante la 87 ore di ospedalizzazione è stato alimentato solo con soluzioni saline; è stato legato al letto mani e piedi, in una posizione tale che le sue funzioni respiratorie sono state compromesse ed è stato sedato con alte dosi di psicofarmaci, senza supervisione da parte del personale. Ai polsi e alle caviglie c’erano escoriazioni di 4 cm di larghezza. Una telecamera nascosta ha registrato tutto; il video è di dominio pubblico. Al processo i medici responsabili sono stati giudicati colpevoli e condannati a 3 e 4 anni di detenzione che, con le clausole attenuanti, non dovranno scontare. I 12 infermieri sono stati assolti perché “hanno obbedito a un ordine”. Il Comitato verità e giustizia per Francesco Mastrogiovanni, chiede verità e giustizia. Guarda anche il film 87 ore - gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni, di Costanza Quadriglio.
In Italia alcune morti a causa di ospedalizzazione coercitiva e ricorso a contenzione meccanica e chimica a lunga o breve durata, sono stati riportati dalla stampa, dalla televisione e dalla rete (questo significa che ci sono molti di altri “incidenti” simili, che noi non conosciamo):
27 ottobre 2005: Riccardo Rasman muore durante un trattamento coercitivo effettuato dai poliziotti, per un ricovero in ospedale contro la sua volontà, in un reparto psichiatrico di Trieste.
21 giugno 2006: Giuseppe Casu, colpevole di aver voluto continuare il suo lavoro di ambulante nella piazza del paese, muore in un reparto psichiatrico dell’ospedale “Santissima Trinità” di Cagliari, come conseguenza di una tromboembolia, dopo un TSO (trattamento sanitario obbligatorio) e dopo essere stato pesantemente sedato. Per 7 giorni è stato legato mani e piedi al letto, e sedato con alte dosi di psicofarmaci, contro la sua volontà.
28 agosto 2006: A.S. il 17 agosto 2006 viene ammesso al reparto psichiatrico di Palermo, per indagini mediche. A.S. muore dopo due giorni di coma, il 28 agosto, probabilmente a causa di dosi eccessive di psicofarmaci.
26 Maggio 2007: Edmond Idehen un nigeriano di 38 anni, si era fatto volontariamente ricoverare nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Bologna “Istituto Psichiatrico Ottonello - Ospedale Maggiore di Bologna”. Quando ha cercato di lasciare l’ospedale, perché non si sentiva curato, i medici lo hanno costretto a rimanere, con l'aiuto della polizia. Edmond Idehen è morto a seguito di un attacco di cuore mentre infermieri e poliziotti lo tenevano giù. Era stato anche fortemente sedato con psicofarmaci.
12 giugno 2006: Roberto Melino, 24 anni, muore per un attacco di cuore; è entrato volontariamente nel reparto psichiatrico dell’ospedale “San Giuseppe” di Empoli. Mentre cercava di lasciare l’ospedale, i medici lo hanno costretto a rimanere, e obbligato ad assumere alte dosi di psicofarmaci, nonostante le sue evidenti e gravi difficoltà respiratorie.
15 Giugno 2008: Giuseppe Uva, 43 anni, è stato portato in una stazione di polizia, perché stava guidando in stato di ebbrezza. Lì è stato sottoposto a maltrattamenti. Dopo 3 ore è stato costretto ad un ricovero obbligatorio nell’ospedale “Circolo” di Varese, ed è stato costretto ad assumere psicofarmaci. E’ morto a causa dello stress provocato dal mix di alcol e psicofarmaci.
30 agosto 2010: Lauretana La Coca, di 32 anni, è entrata volontariamente a Termini Imerese ospedale “Salvatore Cimino”. Dopo 10 giorni di ricovero in ospedale le sue condizioni peggiorarono, fino a produrre uno stato comatoso e la morte.
Giuseppe D.: Un uomo di più di 70 anni è stato internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia. Il vero problema era avere come vicino di casa il padre di una psichiatra. Il suo avvocato ha intrapreso un’azione legale alla Corte europea dei diritti dell'uomo, ma fino ad ora non c'è stata alcuna risposta, così un gruppo di studenti del Pisa “Collettivo Antipsichiatria Artaud”, insieme al “Telefono viola” di Milano, hanno deciso di rendere pubblica sulla rete la documentazione relativa a questo caso, secondo la volontà di Giuseppe D., il suo avvocato e i suoi parenti.
2 aprile 2010: Eric Beaumont, di 37 anni, il 2 aprile 2010 è stato ricoverato in ospedale a Lamezia. Dopo 2 giorni è entrato coma e i medici lo hanno trasferito a Catanzaro, all’ospedale “Pugliese Ciaccio”, dove è morto. C’è il sospetto che la morte di Eric sia stata causata da una dose elevata di benzodiazepine. La diagnosi è stata: emorragia sub aracnoidea.
28 maggio 2015: Massimiliano Malzone è morto durante un trattamento sanitario obbligatorio.
11 luglio 2015: Amedeo Testamenta è morto durante un trattamento sanitario obbligatorio.
29 luglio 2015: Mauro Guerra è morto durante un trattamento sanitario obbligatorio.
5 agosto 2015: Andrea Soldi è morto durante un trattamento sanitario obbligatorio…
Purtroppo in questo articolo non abbiamo descritto fatti isolati, ma una situazione emblematica di violazione dei diritti umani nelle istituzioni psichiatriche italiane.
Questi sono solo alcuni degli “incidenti” che sono venuti alla ribalta, ma di molti non se ne sa nulla quando accadono, perché, ad esempio, sono coinvolte persone che vivono in solitudine, o persone i cui parenti hanno dato il loro consenso al TSO o semplicemente perché la gente vuole sbarazzarsi di una persona percepita come fastidiosa. Noi dell’Associazione Il Cappellaio Matto e del Telefono Viola Sicilia, abbiamo costantemente a che fare con i trattamenti psichiatrici obbligatori, durante i quali le persone trattate riportano gravi danni. I trattamenti sanitari obbligatori vengono spesso effettuati su richiesta dei parenti, quando i pazienti si rifiutano di prendere gli psicofarmaci, o quando il loro comportamento è percepito come disturbante. Un nostro amico ha cercato di scappare, ma è stato inseguito e riempito di psicofarmaci; dopo poco è stato trovato morto in fondo ad un burrone. Aveva 40 anni.  Un altro nostro conoscente è morto, gettandosi sotto un treno, terrorizzato dal fatto che la madre, in accordo con lo psichiatra, volesse farlo sottoporre a un trattamento sanitario obbligatorio. Un altro, ha subito un mobbing pesante dopo aver denunciato un suo superiore di malversazioni, di cui si era accorto durante le sue funzioni di tecnico comunale; è stato sottoposto a TSO per mezzo della polizia in tenuta antisommossa; mentre stava dormendo hanno abbattuto la sua porta di casa, lo hanno buttato a terra pancia in giù e ammanettato. Lui dice che perlomeno avrebbero potuto provare ad aprire la porta, che non aveva chiuso a chiave. Ora è terrorizzato, ha persino paura del buio, ma assume regolarmente gli psicofarmaci.
Non possiamo pensare alla deistituzionalizzazione prima di aver eliminato le regole che consentono il trattamento psichiatrico obbligatorio, che permettono di detenere una persona contro la sua volontà, senza che abbia commesso alcun crimine, senza diritto ad un processo equo, in base alla presunta pericolosità e solo perché questa persona ha una diagnosi di malattia mentale.
La cosiddetta “legge Basaglia” la legge n. 180 del 13/05/1978, poi integrata e regolata dalla Legge 833/1978 articoli 33, 34, 35, 64 sancisce “gli Accertamenti e i Trattamenti sanitari obbligatori e Volontari”. Nel 1978 la legge n. 180 aveva imposto la chiusura dei manicomi e l’eliminazione della pericolosità e/o pubblico scandalo, come criterio per il trattamento sanitario obbligatorio. Ma nella maggior parte delle province italiane, i manicomi non erano stati chiusi. Così è stato necessario fare un’altra legge (perché questi manicomi erano troppo costosi), la legge n. 724 dal 23.12.1994, art. 3 comma 5, che disponeva la chiusura di questi manicomi entro il 31.12.1996 e, ignorata ancora una volta, è stata prorogata fino alla fine del 1999. Nel 1996, gli internati nei manicomi erano 11,516 in 62 manicomi pubblici e 4.752 nei manicomi privati.
Secondo l’art. 34 della legge 180, il trattamento sanitario obbligatorio, incluso il ricovero obbligatorio, sono possibili, se ci sono i seguenti condizioni: 1) per una persona “che soffre di malattia mentale” è richiesto un trattamento sanitario urgente; 2) la persona rifiuta il trattamento; 3) non è fattibile prendere misure adeguate al di fuori degli ospedali. Il trattamento sanitario obbligatorio ha una durata massima di sette giorni, ma può essere rinnovato se necessario e poi esteso se persiste la necessità clinica motivata (non è un’eccezione che la durata si estenda per mesi e anni). Per i trattamenti sanitari obbligatori e la conseguente limitazione della libertà personale, ci deve essere una richiesta firmata da due medici, è necessaria la convalida amministrativa da parte del sindaco, seguita dalla convalida di un controllo giurisdizionale da parte del giudice tutelare.
La legislazione relativa al trattamento psichiatrico obbligatorio, fornisce ampie possibilità di arbitrio ed è in forte contrasto con le norme sui diritti umani, che mirano a preservare anche le persone con disabilità dai trattamenti inumani e degradanti. Per coloro che commettono un reato, si prevede che l’autorità giudiziaria, in accordo con le specifiche norme procedurali, sanzioni o imponga misure restrittive. Abbiamo invece costantemente a che fare con persone innocenti che sono in trattamento psichiatrico obbligatorio e che non riescono più a trovare una via d’uscita dall’istituzione psichiatrica.
 “Devo confessare”, ci ha confessato uno psichiatra, “avere una persona completamente in mio potere, mi ha fatto sentire una specie di brivido sadico”.
In Italia il CRPD (Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità), è stato ratificato nel 2009, ma a tutt’oggi non abbiamo una legge contro la tortura, la tortura non è un crimine, la tortura non è vietata in Italia. Quindi, chi tortura non viola la legge. Nel frattempo sono state costruite molte istituzioni psichiatriche intermedie (chiamati anche piccoli manicomi). Sono pubbliche o private e rimborsate dallo Stato. C’è dietro un grande business. Alcuni altri esempi: un decreto della Presidente della Regione Lazio Polverini sul sistema ospedaliero Lazio, in seguito al quale il numero di posti letto nelle istituzioni psichiatriche è aumentato da 369 fino a 629, più del 70%. 50 posti letto per la struttura pubblica e 210 per la struttura privata innescano un circuito di cronicizzazione. 260 = 90.000 giorni sottratti alle persone, al costo di 10.000.000 €.
La Legge Basaglia non prevedeva la chiusura di manicomi?
- Professor Antonucci, qual è, a tutt’oggi, lo stato di attuazione della legge 180?
- A parte qualche singolo caso eccezionale, non viene attuato quello che intendeva Franco Basaglia, ma si continua un lavoro che evidentemente Basaglia non approverebbe: interventi autoritari, prendere le persone con la forza e portarle in cliniche psichiatriche, che sono la continuazione del manicomio. Il manicomio nasce dall’intervento autoritario: prendo una persona contro la sua volontà, poi la sottopongo ad una serie di interventi obbligati che sono l’essenza del manicomio.
La riprovevole situazione dei sei ospedali psichiatrici giudiziari recentemente è diventata più visibile, dopo le ispezioni a sorpresa di una commissione parlamentare. I video delle visite che la televisione nazionale ha fatto vedere e i comunicati stampa, possono essere reperiti in rete. Un rapporto parlamentare era già stato fatto nel giugno 2010, ma le descrizioni mostrano una situazione che fino ad ora non è ancora cambiata. Persone detenute per decenni per reati minori, la cui pena sarebbe scaduta da molto tempo se non fosse stata rinnovata più volte e in modo automatico.
Qui di seguito riportiamo alcuni dati estratti dal testo della relazione parlamentare sull’ispezione del giugno 2010, nei 6 ospedali psichiatrici giudiziari italiani (istituzioni forensi) ancora attivi (il senatore Ignazio Marino, medico, è stato presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale). Dopo la “legge Basaglia” del 1978, i manicomi avrebbero dovuto essere chiusi, ma i 6 carceri psichiatrici che abbiamo menzionato sopra, hanno continuato nello stesso modo che in passato. Il senatore Marino era anche preoccupato per l’aumento dell’elettroshock (da 9 istituzioni autorizzate a somministrare l’elettroshock, dopo il 2008 abbiamo più di 90 istituzioni psichiatriche che dispensano la TEC - terapia elettroconvulsivante).
I regolamenti e le logiche che gestiscono queste prigioni psichiatriche (OPG - Ospedale Psichiatrico Giudiziario), sono gli stessi ereditati dal fascista codice Rocco (1934). Il 40% degli attuali 1500 detenuti, dovrebbe essere già stato rilasciato, perché i termini di detenzione sono scaduti, ma vede l’estinzione della pena prorogata, a causa della supposta pericolosità sociale.
Nove persone per ogni cella, bagni e lenzuola sporchi e sporchi anche i camici degli infermieri. A Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), ci sono 329 detenuti nelle celle sovraffollate, costruite nel 1914. Sporcizia ovunque. Un paziente è stato trovato nudo, legato al suo letto, con un ematoma in testa. Aversa, costruita nel 1898. 320 persone rinchiuso sei per cella, in condizioni disumane.
I NAS (Nucleo Antisofisticazioni e Sanità dei Carabinieri) hanno segnalato e denunciato tutto questo all’Ufficio del Pubblico Ministero, ma questo ufficio è spesso presieduto dalle stesse persone che condannano i pazienti a vita.
Nell’OPG di Secondigliano, il manicomio criminale è interno al carcere. Qui da 25 anni viene trattenuto un paziente, che era stato condannato a due anni. Bruciature e occhi neri non vengono riportati dal diario clinico. Piedi e mani stanno andando in cancrena.
Nell’OPG di Montelupo Fiorentino sono in 170 in un edificio molto trasandato. Nell’OPG di Reggio Emilia sono in 274 dove dovrebbero essere in 132. 3 docce servono a 158 pazienti. Uno di loro è legato al suo letto da 5 giorni per motivi disciplinari. 3 per 9 metri quadrati. 
“L'OPG (manicomio criminale) è una delle zone silenziose”, spiega Alberto del Collettivo Antipsichiatrico di Pisa, dedicato a Antonin Artaud, “e mostrano l’uso politico della psichiatria. Il consumo di psicofarmaci è sempre più spinto, l'elettroshock torna “di moda”, anche per “curare la depressione post partum. E una legge è in agguato al fine di portare i termini ricovero coatto da 7 a 30 giorni”. Dopo che era venuto alla luce lo scandalo, il 17 gennaio 2012, la Commissione Giustizia del Senato ha approvato all'unanimità la chiusura definitiva degli OPG entro il 31 marzo 2013. La chiusura è stata prorogata fino al 31 marzo 2015. Dopo la chiusura delle strutture nel 2015, ai sensi del Decreto Legge n. 211/2011, convertito in legge n. 9/2012, sono state sostituite da residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (R.E.M.S.). 
Dovremmo però chiudere gli ospedali psichiatrici giudiziari, invece di cambiarne il nome. Se non chiudiamo questi luoghi una volta per tutte, non si può parlare di de-istituzionalizzazione. Chiuderle non per trasferire i loro utenti in altre istituzioni psichiatriche, ma per dare a queste persone una dignità di vita.
Una ricerca (fonte: British Medical Journal) condotta in 6 paesi europei (Italia, Spagna, Inghilterra, Paesi Bassi, Svezia, Germania), che hanno chiuso i manicomi negli anni ‘70, ha messo in luce che tra il 1990 e il 2003 c’è stato un aumento del numero di posti letto negli ospedali psichiatrici giudiziari, nei reparti psichiatrici e nelle cosiddette case protette. Le case famiglia sono viste come un’alternativa ai manicomi, come un segno di de-istituzionalizzazione, ma sono piuttosto una forma di istituzionalizzazione. Anche i trattamenti sanitari obbligatori sono in aumento. Non è chiaro il motivo per cui il numero di posti letto negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, oggi chiamati R.E.M.S., sono aumentati, poiché non vi è alcuna correlazione tra crimini come gli omicidi, e le persone de-istituzionalizzate.
Sarebbe importante diffondere la consapevolezza sui trattamenti sanitari obbligatori, come la contenzione, che è un atto anti-terapeutico e che rende più difficile la cura, se proprio ci deve essere, piuttosto che facilitarla. La contenzione fisica non è esercitata solo in campo psichiatrico. Le aree di attività dove dovrebbe venire discusso il problema sulla legittimità, l’utilità e l’appropriatezza della contenzione fisica, non comprendono solo gli ospedali, ma anche le case di cura per anziani, le comunità terapeutiche per tossicodipendenti e le case di cura per persone con disabilità legate a disabilità congenite o acquisite. Un miglioramento nella pratica infermieristica psichiatrica, caratterizzata dalla rinuncia alla contenzione fisica, sarebbe un segnale forte, al fine di individuare il problema anche in altri ambienti operativi.
In relazione agli psicofarmaci, esistono norme della Convenzione sui diritti umani, che richiedono il consenso pienamente informato dell’utente, prima della somministrazione, anche se si tratta di persona disabile. La maggior parte degli psicofarmaci sono prescritti per un lungo lasso di tempo, a volte per tutta la vita, senza informare l’utente sui loro effetti, e senza alcun aiuto nella risoluzione dei suoi problemi reali ed esistenziali. Gli psicofarmaci possono causare malattie neurologiche, che a volte diventano irreversibili. L'acatisia e la discinesia sono effetti molto sgradevoli e possono gettare una persona nella disperazione. Spesso l’utente è invitato a continuare a prendere gli psicofarmaci, anche quando ne chiede la dismissione, ed è quasi impossibile trovare professionisti che aiutano e che danno indicazioni per poterli smettere. Peter Breggin, psichiatra, che ha lavorato con istituzioni come l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e l’FDA (Food and Drug Administration), ha scritto centinaia di pagine sugli effetti nocivi dei farmaci psichiatrici. Peter Lehmann, che ha testato gli effetti degli psicofarmaci su se stesso durante il suo ricovero in una clinica psichiatrica, ha pubblicato e continua a pubblicare i risultati delle sue ricerche per le quali egli utilizza letteratura farmacologica e medica. L'effetto dannoso degli psicofarmaci è noto, ma il business miliardario che ci sta dietro è troppo grande perché Big Pharma sia disposta a perderlo. Peter Lehmann è il primo sopravvissuto alla psichiatria a cui è stata assegnata una laurea honoris causa, conferitagli dalla facoltà di psicologia clinica dell'Università Aristotele di Salonicco, per il suo lavoro di ricercatore e attivista nel campo della salute mentale.
Una persona che viene avviata ad assumere psicofarmaci, nella maggioranza dei casi verrà indotta a prenderli per tutta la vita, perché creano problemi di assuefazione. L’utente psichiatrico sviluppa una dipendenza molto forte anche dal servizio psichiatrico. L'assenza di compliance è infatti intesa di per se come aggravamento della malattia. Quindi il condizionamento che viene effettuato va nella direzione della dipendenza dalla struttura psichiatrica, dell’infantilizzazione, della cronicizzazione
Anche se in quasi tutti i paesi europei i manicomi e gli ospedali psichiatrici sono stati eliminati o sostanzialmente ridotti, ciò non significa che nelle nuove strutture post-manicomiali, i dispositivi siano stati eliminati. Le persone sono, con poche eccezioni, completamente sedate con psicofarmaci, anche se si attuano programmi come l’arte-terapia. L’assunzione di psicofarmaci è indotta anche al fine di rendere l’utente inconsapevole.
Erwin Redig, un ex-utente psichiatrico tedesco, dice: “Ci sono persone che ci mettono sotto pressione per costringerci a prenderli [gli psicofarmaci]. Se non li prendiamo il nostro cambiamento li mette in imbarazzo. Se è questo il nostro caso, dobbiamo chiarire a noi stessi che stiamo assumendo psicofarmaci per il benessere di altre persone, perché loro ci trovano sgradevoli se non lo facciamo”.
“Il dispositivo del complesso del fastidio che opera in piccolo in una residenza, agisce in modo più ampio nella società”. I neurolettici sono gli psicofarmaci che incidono sul pensiero, che bloccano il flusso dei pensieri, e le persone si appiattiscono. Riporto le parole di un operatore: "Appena somministrato il farmaco le persone si spengono letteralmente. Fino a che punto è giusto annullare la persona"? Nonostante nei paesi europei la psichiatria manicomiale e l’ospedalizzazione degli utenti psichiatrici abbiano lasciato il posto alle comunità, la cultura dell’istituzione psichiatrica non è cambiata. 
Gli schemi della residenzialità manicomiale sono quindi tuttora attivi. Ma soprattutto è ancora viva una mentalità manicomiale, ed è perciò importante che ogni persona si renda conto di quanto la mentalità di ognuno sia determinante nel creare o meno i dispositivi propri delle istituzioni psichiatriche, dispositivi che costituiscono un modulo operativo diffuso.

Le Strutture Intermedie Residenziali previste dalla legge del 1983 dovevano avere come specificità la transitorietà, non dovevano quindi costituire né un ricovero definitivo né un luogo per i ricoveri coatti, dovevano essere residenze transitorie, che rompessero la logica del pregiudizio e dell’esclusione. Nel marzo 1999 con apposito decreto si impose alle Regioni la definitiva chiusura dei manicomi, pena forti sanzioni economiche, perché nonostante la nascita sulla carta dei nuovi servizi territoriali, i manicomi erano ancora pieni di ricoverati

Chiamati con il nome dispregiativo di “residuo manicomiale”, per queste persone che non voleva nessuno, le strutture residenziali hanno rappresentato l’illusione della libertà, ma si sono invece di nuovo trovate in un istituto psichiatrico. “Molti ricoverati”, scrive uno di loro in un’autobiografia, “non sono mai stati così bene dal punto di vista del comfort, ma nonostante ciò, sono in uno stato di desolazione pauroso”.

Il bisogno indotto di sicurezza, la difesa da una persona ammalata nella mente potenzialmente pericolosa, che in qualsiasi momento, allo scoppio di un raptus, potrebbe commettere un’azione efferata, contro gli altri o contro se stesso, sulla base insomma di questo bisogno e di questo falso scientifico, si costruisce il mito della necessità delle istituzioni manicomiali o post-manicomiali.

Se non si toglie il pregiudizio psichiatrico, l’istituzione manicomiale rimane. Esistono molte alternative portate avanti da singoli individui, associazioni o istituzioni, ma che vengono volutamente ignorate. La responsabilità della risoluzione dei problemi connessi all’istituzionalizzazione, non spetta solo agli psichiatri o agli operatori delle istituzioni psichiatriche, ma a tutta la società civile. Tutti contribuiscono a creare la mentalità manicomiale. Anche gli utenti che hanno interiorizzato la diagnosi psichiatrica e non riescono più a farne a meno.
Mary Nettle, fino al 2010 presidente di Enusp, auspica un sempre maggior coinvolgimento degli utenti e sopravvissuti alla psichiatria anche nelle ricerche che riguardano la psichiatria, che spesso invece vengono esclusi o non pagati con la scusa che non sono professionisti.

Anche se esistono molti esempi che dimostrano che si può accompagnare una persona in difficoltà fuori dai suoi problemi, attraverso il dialogo e il supporto nella risoluzione delle difficoltà oggettive e materiali, e aiutandolo a raggiungere la consapevolezza dei propri diritti, questi esperimenti ed i loro risultati positivi continuare ad essere deliberatamente ignorati.

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