mercoledì 30 marzo 2016

Conversazione con Giorgio Antonucci per la Campagna per il divieto assoluto del TSO - Campaign to support CRPD Absolute Prohibition of Involuntary Commitment and Forced Treatment

Il Cappellaio Matto presenta una conversazione con Giorgio Antonucci per la Campagna per il divieto assoluto del Trattamento Sanitario Obbligatorio – TSO -

già pubblicato in inglese con il supporto di Cristina Paderi: 

e

 
Antonucci libera tutti di Vincenzo Iannuzzi
Il gruppo italiano di utenti e sopravvissuti Il Cappellaio Matto, è felice di condividere un’estesa conversazione con Giorgio Antonucci, medico, psicoanalista e primario nei reparti di due manicomi per molti anni.
Ha lottato per prevenire e abolire il trattamento psichiatrico obbligatorio, per la liberazione di persone dai manicomi italiani dai primi anni ‘60 in poi e soprattutto per dimostrare che una diagnosi psichiatrica è in realtà un giudizio psichiatrico, supportato da un pregiudizio sociale.

La prima di otto parti della conversazione può essere vista qui:




E’ disponibile con i sottotitoli in lingua inglese, grazie agli sforzi de Il Capellaio Matto.
Questa è la prima pubblicazione in una lingua straniera, ad eccezione di un libro in danese: Svend Bach, un professore di letteratura presso l'Università di Aarhus, gli ha dedicato: Antipsykiatri Eller ikke-Psykiatri.
Giorgio Antonucci ha iniziato a lavorare come medico a Firenze (Italia), cercando di risolvere i problemi delle persone che hanno rischiato di finire in psichiatria. Ha iniziato a dedicarsi ai problemi psichiatrici, cercando di evitare i ricoveri, gli internamenti e qualsiasi tipo di metodo coercitivo. Nel 1968 ha lavorato a Cividale del Friuli (con Edelweiss Cotti), un reparto di un ospedale pubblico, la prima alternativa italiana al manicomio. Nel 1969 ha lavorato presso l’ospedale psichiatrico di Gorizia, diretto da Franco Basaglia; ha criticato il fatto che in questo ospedale l’elettroshock era stato eliminato solo per gli uomini, e ha continuato ad esistere per le donne.
(E da tenere in considerazione che Basaglia era via per conferenze ecc. la maggior parte del tempo, e poi morì a 56 anni nel 1980). Antonucci riconosce Basaglia che è stato il primo a mettere in discussione il manicomio e che ha giustamente detto che si tratta di una questione di classe, ma anche che Basaglia non è andato fino in fondo per dire che il manicomio è un pregiudizio di per sé, non è solo un edificio, e ha trascorso molto del suo tempo in conferenze in tutto il mondo e a scrivere libri, articoli, ecc, mentre Antonucci ha lavorato ogni giorno con i pazienti, per restituire loro la libertà.
Giorgio Antonucci e Edelweiss Cotti a Cividale del Friuli

Dal 1970-1972 Giorgio Antonucci ha diretto il Centro di Igiene Mentale di Castelnuovo ne’ Monti in Provincia di Reggio Emilia. Dal 1973 al 1996 è stato primario in due manicomi di Bologna, Osservanza e Luigi Lolli, occupandosi dello smantellamento dei reparti psichiatrici e della creazione di nuove opportunità residenziali per gli ex-degenti, dando loro la massima libertà di ogni scelta personale. Il suo esempio, unico in Italia e probabilmente nel mondo, ha avuto pieno successo.
Da un punto di vista  politico e religioso è anarchico, libertario e ateo.
“I trattamenti sanitari obbligatori sono violazioni dei loro diritti, e sono dannosi per loro, per i loro pensieri e le loro vite, quindi ho iniziato a interessarmi di psichiatria", dice.
In questa breve conversazione con l'attore e attivista Saverio Tommasi, Antonucci discute la differenza tra i sistemi genuini della guarigione e la psichiatria come mezzo di controllo sociale, “un giudizio moralistico e la pretesa di controllare il comportamento di coloro che non rispettano le convenzioni sociali”. Egli spiega la genesi della sua opposizione a tutte le forme di detenzione psichiatrica, contenzione e obbligo ad assumere psicofarmaci: come giovane medico, ha assistito al ricovero coatto in manicomio di donne considerate “difficili”, che una volta erano state prostitute, e che erano state etichettate come pazze dalle autorità cattoliche. Ben presto ha capito che il 90% degli occupanti delle istituzioni manicomiali erano i “socialmente indesiderabili” - senzatetto, casalinghe disaffezionate, disoccupati, ecc: “All'interno dei manicomi non erano rinchiusi i pazzi – come generalmente si crede - ma persone sfortunate che venivano a trovarsi in situazioni difficili”.

“Penso che spesso, oltre alla pericolosità del giudizio psichiatrico, la cosa più pericolosa sia la resa che una persona fa alla propria convinzione di essere malata”

Il Dr. Antonucci non ha mai disposto un trattamento sanitario obbligatorio o un ricovero coatto, e non ha mai prescritto psicofarmaci perché, dice, “come medico ho fatto il giuramento di Ippocrate di non danneggiare nessuna persona”.

Più tardi, nell’intervista Antonucci descrive le “Calate”, spedizioni di massa di cittadini italiani nei reparti psichiatrici statali, per vedere esattamente come i degenti venivano trattati: “E’ stato motivo di grande vergogna per i medici, perché le persone, compresi i bambini, sono state trovate legate alle sedie o ai letti o rinchiuse dentro piccole stanze. E così, per la prima volta, un’intera popolazione costituita da contadini, da autorità locali, da lavoratori, dai sindaci della provincia, anche da un deputato, ha messo in discussione i manicomi come istituzione”.
Il linguaggio di Giorgio Antonucci è sempre molto semplice, senza parole difficili, dice che le sue parole devono raggiungere tutte le persone.
Il Dr. Giorgio Antonucci crede nel valore della vita umana e pensa che la comunicazione, e non la reclusione forzata e i trattamenti fisici disumani, possano aiutare una persona in difficoltà; sempre se la persona vuole essere aiutata. Nell’istituzione dell’Osservanza a Imola, in Italia, il Dott Antonucci ha trattato decine di cosiddette donne schizofreniche, la maggior parte delle quali erano state legate ai loro letti a volte per anni, tenute in camicie di forza e lobotomizzate con gli psicofarmaci. Tutti i consueti trattamenti psichiatrici erano stati abbandonati, anche gli psicofarmaci, a meno che una persona voleva continuare a prenderli. Il Dr. Antonucci ha liberato queste donne dalla loro prigionia, spendendo molte, molte ore ogni giorno a parlare con loro, al fine di stabilire una comunicazione. Ha ascoltato le storie di anni di disperazione e sofferenza istituzionale e si assicurava che i pazienti venissero trattati con rispetto e senza l’uso di psicofarmaci. 
Infatti, sotto la sua guida, il reparto era stato trasformato da quello che si presumeva essere il più violento, in un reparto autogestito. Dopo pochi mesi, i suoi pazienti “pericolosi” erano liberi, passeggiavano tranquillamente nel parco e nelle strade della città. La maggior parte di loro sono stati dimessi dall’ospedale e potevano tornare alle loro famiglie, ma se qualcuno voleva, poteva rimanere lì, ed erano state loro date due chiavi: una per la porta d’ingresso e l’altra per la propriacamera.
Gli enormi risultati del Dr. Antonucci venivano ottenuti anche ad un costo molto più basso, che costituiscono una testimonianza permanente dell’esistenza di risposte autentiche e di speranza per le persone che si trovano in una situazione esistenziale difficile.
Dacia Maraini, una delle scrittrici italiane più famose, in un intervista a Giorgio Antonucci chiede perché, visto i buoni risultati ottenuti, non si fa lo stesso negli altri reparti: “Prima di tutto perché è molto faticoso – risponde Antonucci con la sua voce quieta, – mi ci sono voluti cinque anni di lavoro durissimo per ridare fiducia a queste donne; cinque anni di conversazioni, di presenza anche notturna, di rapporto a tu per tu. Però non si tratta di una tecnica, ma di un diverso modo di concepire i rapporti umani”. 
Giorgio Anonucci e Dacia Maraini


 “In che consiste questo metodo nuovo per quanto riguarda i cosiddetti malati psichici?”, domanda la scrittrice. “Per me significa che i malati mentali non esistono e la psichiatria va completamente eliminata. I medici dovrebbero essere presenti solo per curare le malattie del corpo. Storicamente da noi la psichiatria è nata nel momento in cui la società si organizzava in modo sempre più rigido, e aveva bisogno di grandi spostamenti di mano d’opera. Durante queste deportazioni fatte in condizioni difficili, ostili molte persone rimanevano disturbate, confuse, non producevano più bene e quindi c’era l’esigenza di metterle da parte. Rosa Luxemburg dice: "Con l’accumulazione del capitale e lo spostamento delle persone si allargano i ghetti del proletariato".
Nel ‘600 in Francia quando si forma la monarchia assoluta (lo Stato), i manicomi venivano chiamati "luoghi di ospizio per persone povere che disturbano la comunità". La psichiatria è venuta dopo come copertura ideologica. Nel trattato di psichiatria di Bleuler che è l’inventore del termine schizofrenia, è scritto che gli schizofrenici sono coloro che soffrono di depressioni, che si immobilizzano o girano intorno ossessivamente per il cortile. Ma che altro potevano fare, così reclusi? Infine Bleuler conclude senza volere, comicamente: "Sono così strani che alle volte assomigliano a noi"”.

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