venerdì 6 gennaio 2012

Il trattamento sanitario obbligatorio come privazione della libertà. Una storia vera

Valeria Rossi (nome di fantasia) esercita dal 2001 la professione di medico specialista in neurologia presso un ospedale italiano. A causa di una malattia, nel giugno del 2003, viene operata e dopo due mesi di convalescenza riprende la propria attività lavorativa.
È da quel momento che iniziano a sorgere dei "problemi". La dottoressa comincia a notare da parte dei suoi colleghi comportamenti insoliti, quasi ostili e inoltre, senza alcuna motivazione o giustificazione, le viene notevolmente ridotto il carico di lavoro e giorno dopo giorno il clima lavorativo diventa sempre più pesante e difficile da sostenere.
Il 18 maggio 2004, mentre eseguiva delle visite ad alcuni pazienti, la dottoressa cade a terra in seguito a un episodio vertiginoso. Non perde conoscenza, ma viene ugualmente sottoposta ad un esame radiografico del collo. La mattina seguente la dottoressa Rossi si reca presso il reparto di radiologia per ritirare il referto dell'esame e per avere delle delucidazioni al riguardo.
Come racconta la stessa Rossi, i mancati chiarimenti e la mancata consegna del referto sono state le cause
della "discussione" insorta tra lei e il radiologo. Dopo pochi minuti giunge una psichiatra - chiamata dal personale del reparto di radiologia - accompagnata da un vigile in borghese. L'ultima cosa che la dottoressa Rossi dice di ricordare di quella giornata è una mano della psichiatra sul collo e, poi, il buio.
Si renderà conto di essere legata a un letto del reparto di psichiatria di quello stesso Ospedale solo nella nottata, in Trattamento Sanitario Obbligatorio.
Alle ore 19.28 del 19 maggio 2004, infatti, Valeria Rossi – come riportato in cartella clinica – viene sottoposta ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio (Tso) presso l'Ospedale di (…). La diagnosi che si può leggere sulla sua cartella clinica è: "Stato di agitazione psicomotoria e psicosi acuta. Giudizio clinico globale: livello 5 = paziente notevolmente ammalato".

Dalle ore 19.00 alle 2.00 la dottoressa Rossi viene sottoposta a contenzione fisica e farmacologica, viene cioè pesantemente sedata e immobilizzata al letto. Sarà dimessa soltanto dopo tre giorni.
Dopo essere stata dimessa la dottoressa Rossi, accompagnata dal figlio, si reca presso un’altra struttura ospedaliera per avere un riscontro di quello che ritiene essere stato un trattamento illegale nei suoi confronti.
Verrà dimessa da quella struttura con la seguente diagnosi: "Paziente lucida, vigile, orientata, accede al colloquio volentieri ed espone adeguata nei modi e nell'affettività. Al momento non si evidenziano elementi psicopatologici acuti in atto, quindi dimissibile dal punto di vista psichiatrico".
La dottoressa Rossi licenziatasi dall'ospedale per il quale lavorava (lo stesso dove è stata ricoverata in Trattamento sanitario obbligatorio) riprende la propria attività presso le altre strutture nelle quali prestava servizio e sporge una denuncia querela nei confronti dei responsabili del Tso. La causa è durata alcuni anni e si è conclusa con l’archiviazione della posizione del medico psichiatra che aveva autorizzato il Tso. Nonostante la psichiatra sia stata ritenuta non responsabile di quanto accaduto, il giudice scriverà nella sentenza quanto segue "Tso che si assume ingiusto, ingiustificato" e che non può "fondatamente escludersi l'errore diagnostico [...] per difetto di ponderazione dei disturbi somatici e degli elementi emergenti dell'esame obiettivo con conseguente adozione di trattamento sanitario obbligatorio che si assume illegittimo".
Il Trattamento sanitario obbligatorio, quindi, è stato dichiarato illegittimo, ma non viene punito alcun responsabile per averlo autorizzato. La dottoressa Rossi è intenzionata ad agire in sede civile. Quella che segue è una lettera scritta dalla dottoressa, nella quale spiega il suo stato d’animo a sette anni da quell’avvenimento che le ha cambiato per sempre la vita.


LE COSE DI CUI HO SOFFERTO IN QUESTI ANNI E DI CUI SOFFRO TUTTORA

Questa causa non è una scelta, ma una necessità, una cosa ingiusta e irrinunciabile per sopravvivere moralmente. Sì, perché questo dolore indelebile ha privato me della persona. Voglio le chiavi per rientrare dentro di me, dentro il mio mondo, dentro la mia IDENTITÀ' PROFESSIONALE. Vivere per ciò mi è indispensabile, essere una persona a trecento sessanta gradi, anche perché a tanti anni di distanza non riesco ad essere interamente una persona. E' stato causato un danno indelebile. L'autostima aggredita da sentimenti di umiliazione, colpa, impotenza. Il corpo è stato invaso tanto profondamente e violata la persona a livello della integrità corporea fondamentale.
In questa situazione i conflitti dell'infanzia, già risolti almeno in gran parte, si sono riaperti e così le battaglie di tutta una vita per l'autonomia, competenza, identità e intimità.
INDELEBILE è la memoria. Tutti i momenti nei quali non sono occupata per motivi contingenti (lavoro o altro) io penso sempre a quel FATTO. SEMPRE.
Si tratta di una MEMORIA ATTIVA non di un RICORDO, come per cose passate, elaborate. Con tendenze a riviverne i vissuti. Il sentimento fondamentale è di una scarica adrenalinica o dolore profondissimo, ma spesso con una specie di calma distaccata. Gli eventi sono registrati sul piano di coscienza, ma come se fossero scollati dai relativi significati. Come se l'evento non fosse accaduto a me. Come se fosse diminuito il malessere SENZA che tosse abolita la dimensione stessa di un dolore insopportabile. Mi sento separata dalle cose. Faccio le cose in modo automatico, a grande distanza. DIRITTI UMANI
I diritti ci sono normalmente nella vita. Ci identifichiamo con essi e siamo in qualche modo abituati ad averli. Ma se mancano, ho capito, l'individuo perde sé stesso.
Quando una persona nasce respira ed il cuore batte (evento biologico). Ma dopo gli danno nome,ognome domicilio e residenza e diventa un cittadino (H.Arendt). La regola giuridica dovrebbe tendere a recuperare intimità, eguaglianza ed autonomia come connotati ineliminabili dell'esistenza. Il diritto consente a ciascuno di sapere chi è, di situarsi e situare al posto giusto gli altri. Così è possibile il riconoscimento reciproco. Vorrei rientrare nel mondo al mio posto. Ciò che ha significato nel mondo si forma in relazione con gli altri. Già nell'infanzia la fiducia di fondo è il substrato della nascente persona. Più tardi si sviluppano il senso di giustizia e correttezza, cose più astratte come l'ordine del mondo, il posto dell'individuo nella comunità e dell'essere umano nel mondo naturale. Sono caratteristiche dell'essere adulto. II danno della fiducia di base e del senso di appartenenza è particolarmente grave. Non riesco a votare alle elezioni. Per votare bisogna essere innanzi tutto una persona. Cioè so di essere una persona ma non mi sento di esserlo. È importante per me il riconoscimento dell'evento traumatico. Se viene riconosciuto il danno bisogna intraprendere un'azione per individuarne la responsabilità e riparare la ferita. Queste due risposte, il riconoscimento e la restituzione (di quello che ingiustamente mi è stato tolto) sono necessari per avere un senso di ordine e di giustizia.
Chi ha fatto un danno ha danneggiato anche la comunità nel suo complesso. E la società deve essere risarcita e l'ordine pubblico che deve essere riparato. In realtà è la legge e non il querelante che deve prevalere. In sostanza i diritti civili sono i diritti degli altri. Io sto curando la mia persona (psicoterapia) e mi sto sempre più identificando con i diritti degli altri. Ho avuto recentemente la possibilità di esercitare la mia attività professionale di neurologa, come volontaria, presso un ambulatorio Caritas. E' una cosa emotivamente molto importante per me. Ma per quanto sincero questo fatto, e comunque una scelta che si identifica con la mia vita, non mi restituisce la totalità della persona. Malgrado la mia volontà e i miei atti interessati a migliorare la mia vita non mi è stata RESTITUITA la mia dignità di persona e di medico.

Valeria Rossi
Da Slegami. Osservatorio sulla contenzione

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