martedì 3 aprile 2018

Ricordare per conoscere - Auschwitz e “Il giorno della memoria”


Ricordare per conoscere

Auschwitz e “Il giorno della memoria”

 di Erveda Sansi



24 Gennaio 2009
 
Primo Levi, affrontando il gravoso compito di richiamare alla memoria il suo vissuto ad Auschwitz, si prefisse, con il libro-testimonianza I salvati e i sommersi, di rispondere alla domanda per lui più urgente: «Quanto del mondo concentrazionario è morto e non ritornerà più, come la schiavitù ed il codice a duelli? Quanto è tornato e sta tornando? Che cosa può fare ognuno di noi, perché in questo mondo gravido di minacce, almeno questa minaccia venga vanificata?».
Con la legge n. 211 del 20 luglio 2000, la Repubblica Italiana riconosce il 27 gennaio come “Giorno della memoria”, data in cui nel 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa liberarono gli ultimi superstiti, 7.000 circa, del campo di sterminio di Auschwitz.
Jean Baudrillard però mette in guardia, che senza il «lavoro della memoria», il «dovere della memoria» si trasforma in routine inutile, controproduttiva. «La commemorazione si oppone alla memoria: si compie in tempo reale e di colpo l’avvenimento diventa sempre meno reale e storico e sempre più irreale e mitico», scrisse su Libération il 17 febbraio 2005.
Con Auschwitz Birkenau si identifica l'insieme dei campi di concentramento e del campo di sterminio situato nei pressi della cittadina polacca di Oświęcim (in tedesco Auschwitz). I tre lager principali e i 39 sottocampi di lavoro di cui era costituito, occupavano una superficie di 40 chilometri quadrati. Nel 1940 era stato attivato Auschwitz I, dove trovarono la morte per lo più deportati politici, intellettuali polacchi e prigionieri di guerra sovietici (degli oltre 13.000 deportati sovietici ne sopravvissero solo 92). Su ordine di Himmler nel 1941 fu costruito un campo di distruzione, che venne chiamato Auschwitz II Birkenau; qui vennero uccisi circa un milione di persone, soprattutto ebrei e zingari. Il campo subì poi ancora vari adattamenti per rendere più efficiente l’opera di sterminio. Nel lager Auschwitz III Monowitz i detenuti dovevano lavorare fino allo stremo per numerose ditte, gran parte delle quali tuttora attive. Il settore BIIf era composto dall’ospedale, dove si effettuarono anche esperimenti medici su cavie umane, come quelli tristemente famosi del Dottor Mengele.


Dal marzo 1943 al novembre 1944 furono attivi i campi II e III, che avevano ciascuno una camera a gas sotterranea; il IV e il V disponevano di camere a gas in superficie. Il campo V fu distrutto il 7 ottobre 1944 da una rivolta dei prigionieri. Nell’inverno del 1944 coll’avanzare delle truppe sovietiche, i nazisti distrussero le camere a gas e iniziarono ad evacuare il campo. Circa 250.000 persone furono costrette a intraprendere a marce forzate nella neve, note come “marce della morte”, il cammino verso occidente.
Pochi sanno che oltre agli ebrei furono perseguitati e uccisi anche gli oppositori politici, gli zingari, gli omosessuali, i cosiddetti malati mentali e le persone disabili, in definitiva tutti coloro che venivano considerati corpi estranei, che minacciavano e non corrispondevano all’ideale perfezione razziale. Durante gli anni trenta il regime stabilì l’esclusione di ebrei, gitani (definiti come gruppo razziale dalla pelle scura) ed esseri umani etichettati come “idioti”, “pazzi” e “storpi” dalla comunità nazionale, dapprima attraverso la sterilizzazione obbligatoria, la condanna al carcere e l’emigrazione coatta per finire all’omicidio di massa finalizzato alla loro eliminazione radicale.
I nazisti utilizzarono il termine eutanasia, non già per indicare l’atto di abbreviare la vita in modo indolore ad esseri umani affetti da malattie terminali dolorose o ineluttabilmente incurabili, ma per dissimulare l’assassinio di persone giudicate inferiori per ragioni eugenetiche, e non per alleviarne la sofferenza. La morte di coloro le cui vite venivano giudicate “non meritevoli di essere vissute”, non fu affatto indolore. Henry Friedlander, nella sua approfondita ricerca Le origini del genocidio nazista – Dall’eutanasia alla soluzione finale, (Editori Riuniti, 1997) scrive che essi «non furono assassinati per far spazio negli ospedali o per far risparmiare denaro: gli assassini erano mossi dall’ossessione ideologica di creare una nazione forte e omogenea, fondata sulla razza». Oltre che essere uno storico di prima grandezza, Friedlander è un sopravvissuto di Auschwitz. A suo parere il genocidio nazista esprime «in forma radicale il dominio dello stato sul corpo umano, rappresentando l’altra faccia di una modernità incarnata dai progressi delle scienze mediche e delle politiche sociali di welfare» (Giovanni Gozzini, La strada per Auschwitz, Mondadori, 2004).
Negli ospedali di Hadamar, Grafeneck e in altri quattro ospedali, tra il 1934 e il 1941 furono assassinate circa 70.273 persone.
Per più di vent’anni le pubblicazioni del medico Alexander Mitscherlich, riguardanti i processi dei medici giudicati a Norimberga a cui aveva assistito in qualità di osservatore, non ebbero nessun eco di pubblico. Solo a partire dalle proteste del movimento del ‘68, si resero pubblici i delitti commessi dai medici, ancora attivi nella loro professione.
Passarono tuttavia ancora alcuni anni, perché ricerche e contributi ben documentati, trovassero accoglienza nel pubblico, perlomeno in ambito specialistico e nella comunità scientifica, dove per la prima volta si cominciò a rivedere il proprio ruolo, prima, durante e dopo l’era nazista.
Nel 1985 apparve un resoconto dettagliato di Ernst Klee, sul cosiddetto programma di eutanasia. Il piano rappresentò il modello per tutte le altre operazioni di sterminio nazista, operato attraverso un’organizzazione di copertura nota come T4, dalla via in cui era ubicato il suo quartier generale, la Tiergartenstrasse numero 4. Questi studi condussero al riconoscimento della criminalità di quelle uccisioni indebitamente chiamate eutanasie, e all’intrinseca connessione tra il programma di eutanasia e l’eccidio nazista. Dapprima il governo e i burocrati decisero di attuare il programma di eutanasia attraverso l’assassinio sistematico degli ammalati mentali, creando un metodo di selezione e centri di uccisione (Tötungsanstalten). A causa dell’ampia diffusione della verità, nell’agosto del 1941 fu ordinata la chiusura di questi centri su tutto il territorio tedesco. Gli eccidi avevano dimostrato che uomini e donne comuni erano pronti a ricoprire il ruolo di assassini professionisti e continuarono in altri istituti e con altri mezzi.
Nel suo libro Tödliche Wissenschaft. Die Aussonderung von Juden, Zigeunern und Geisteskranken 1933-1945, pubblicato nel 1984 (trad. it.: Scienza di morte: l'eliminazione degli ebrei, degli zigani e dei malati di mente 1933-1945, ETS, Pisa 1989), Benno Müller-Hill, Direttore dell'Istituto di Genetica all'Università di Colonia, per la prima volta descrive l’enorme responsabilità, degli eugenisti e degli psichiatri, nelle politiche eugenetiche, nell’aver sostenuto la programmazione degli interventi di sterilizzazione e l’uccisione di milioni di persone. Scrive: «La Germania apparteneva ai paesi che erano guide mondiali nel campo della scienza e dell'industria. La psichiatria e l'antropologia erano ancora le migliori e le più sviluppate. (...) Quando Hitler prese il potere, psichiatri ed antropologi ne furono entusiasti, poiché vedevano in lui il realizzatore e il promotore delle loro idee». Dato che molti degli scienziati responsabili degli omicidi e degli esperimenti su cavie umane, erano ancora vivi ed avevano un ruolo prestigioso nelle università tedesche, l’autore del testo divenne persona non gradita. Dice: «Secondo il mio parere dobbiamo cogliere dalla storia una importante lezione e cioè che lo scienziato ha il dovere di intervenire su questioni di tale portata. Se soltanto la comunità scientifica avesse espresso il proprio disdegno per l’uso che veniva fatto della genetica, non ci sarebbe stato tanto orrore».
Nel 1920 il giurista Binding e lo psichiatra Hoche pubblicarono il libro La liceità di terminare la vita indegna di essere vissuta. Nel 1921 fu pubblicato il libro di Baur, Fischer e Lenz, Eredità nell'uomo e igiene razziale, dal quale Hitler stesso trasse ispirazione per l'idea razziale esposta in Mein Kampf e che rappresentò il testo fondamentale che orientò la politica sociale eugenetica del Terzo Reich. Il libro si basava sulle ricerche scientifiche degli eugenisti statunitensi. Le stesse leggi che cominciarono a passare in Germania erano basate sull’esperienza degli Stai Uniti, come la legge sulla sterilizzazione del 1907 dello stato dell’Indiana, che fu preso ad esempio per il primo programma di sterilizzazione eugenetica in Germania.
L’ideologia alla base dell’ineguaglianza degli uomini, ha prodotto le teorie dell’inferiorità, della degenerazione e della criminalità dei “malati mentali”, degli appartenenti ad altre etnie e dei diversi in genere.
Müller-Hill, rivolgendosi agli scienziati, che alla fine della II guerra mondiale rientrarono compatti nei ranghi, negando ogni responsabilità diretta negli omicidi di migliaia di esseri umani e proseguendo le loro carriere, ha scritto: «Il sangue versato è stato dimenticato con un'intensità proporzionale ai milioni di volte in cui è stato versato. La storia recente dell'effetto di queste discipline umane che si sono appropriate del pensiero genetico è da capogiro, e piena di crimini come un incubo. Da questo incubo molti genetisti, antropologi e psichiatri sono scivolati nel profondo sonno dell'oblio».


Erveda Sansi
(per 'l Gazetin, gennaio 2009)

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