mercoledì 3 maggio 2017

Un antipsichiatra: EDELWEIS COTTI


di Collettivo Progetto Memoria


Nel 1998 moriva Edelweis Cotti, un esponente italiano dell’antipsichiatria un po’ troppo dimenticato, sebbene le sue prime esperienze nel campo fossero addirittura anteriori a quelle di Franco Basaglia. Il fatto è che Cotti, totalmente impegnato nell’attività terapeutica, ha lasciato poco di scritto. A questa lacuna ha parzialmente rimediato il volume AA.VV., Specialista in relazioni umane. L’esperienza professionale di Edelweis Cotti, a cura di Libero Besteghi, ed. Pendragon, Bologna, 2001.
Dal canto nostro vogliamo rendere omaggio a un uomo nobile e coraggioso riproponendo una lunga intervista che Cotti rilasciò quattro anni prima della morte. Divenuta molto attuale nel momento in cui il governo italiano (ormai prossimo al neofascismo esplicito) si propone una riforma della Legge Basaglia che fa temere il peggio.
 
Quale è stato il primo ospedale psichiatrico in cui ha lavorato?

L’ospedale Roncati di Bologna, subito dopo la laurea. Nello stesso tempo frequentavo l’Istituto di fisiologia. Poi mi sono specializzato, ma per sette anni non ho saputo trovare un modo per aiutare i pazienti del Roncati. Ero indeciso se rimanere lì oppure fare il fisiologo. Intanto presi la docenza, ma avrei preferito l’attività clinica, se vi avessi visto qualcosa di utile. Erano le premesse a essere sbagliate. Per la psichiatria classica le malattie mentali sono di origine organica. Questa era la tesi sostenuta dai manuali in circolazione.


Quali manuali?

Kretchmer e altri autori che si studiavano da decenni. Presi la specialità in clinica delle malattie nervose e mentali con il prof. Gozzano. Né lui né altri docenti, peraltro affermati, seppero indicarmi il modo per venire incontro ai pazienti. Ero particolarmente scontento, quando incontrai due terapeuti francesi. Fin dal primo stage che feci con loro riuscii a capire che si poteva comunicare con il paziente in un modo tutto diverso da quello tradizionale, senza il camice, senza le chiavi, cercando un rapporto colloquiale. Da quel momento cambiai completamente sistema. Al Roncati riuscii a costituire un nucleo di infermieri, che avevano partecipato anch’essi agli stages, d’accordo con me e che come me erano addetti al reparto denominato “Ritardati mentali cronici e malpropri”, nome che è tutto un programma. I pazienti di quel reparto, il reparto IX, erano considerati i più agitati e pericolosi. Ce n’erano due soli, legati al letto in due stanze che immettevano l’una nell’altra. Riuscii a fare togliere i legacci e aprire loro le porte per un mese, senza che succedesse alcun incidente. L’esperimento durò un mese solo, perché poi il direttore ordinò che le porte fossero richiuse, temendo per l’incolumità dei parenti nelle ore di visita. Per me fu una grossa sconfitta, però fu una sconfitta produttiva. Un assessore provinciale mi sostenne e riuscì a comperare Villa Olimpia, dove fu possibile aprire un reparto che avrebbe dovuto essere simile a quello neurologico del Roncati. Fu in realtà una battaglia durissima, che combattei col sostegno del mio gruppo di infermieri.
Il reparto prese vita, ma il responsabile del settore femminile, il dottor Mengoli, aveva idee completamente diverse dalle mie. Non voleva saperne di tenere le porte aperte, tanto che finì col diventare un mio acerrimo avversario (era facile diventare avversari del dottor Cotti). Riuscii a spuntarla, e per quattro anni operai in quella clinica dove i pazienti non erano più dei reclusi. Poi arrivò un nuovo direttore, un ex partigiano dalle idee però molto conservatrici, timoroso della concorrenza. Riuscì a farmi rimuovere col pretesto che ero più adatto all’attività ambulatoriale. Non accettai quel che mi proponeva e chiesi un anno di aspettativa. Basaglia mi aiutò a trovare un reparto a Cividale del Friuli, dove andammo io, il dottor Antonucci e il dottor Tesi, proveniente dall’ospedale di Gorizia. Antonucci, oggi molto noto, lo conoscevo perché mi aveva portato un paziente americano, in cura da Roberto Assagioli, il fondatore della psicosintesi terapeutica.
Noi tre rimanemmo a Cividale per otto mesi. Avevamo pochissimo personale (tra cui l’infermiera che poi è divenuta mia moglie), tuttavia riuscimmo a portare avanti il nostro lavoro, secondo le linee già sperimentate. Solo che l’amministrazione, tipica del Friuli bianco di quegli anni, mi propose di fare due sezioni, una per i paganti e l’altra no. Io non accettai, e da lì iniziò uno scontro molto acuto, che portò in breve al mio allontanamento forzato. La popolazione però era con me, perché fin dall’inizio avevo cominciato a tenere delle riunioni aperte al pubblico, che partecipava numeroso. La gente era anzi entusiasta di questo nuovo modo di fare psichiatria, ma l’amministrazione non ne voleva sapere. Ci mandò una colonna di automezzi militari, carabinieri e polizia, tanto che sembrava che fosse scoppiata la guerra con la Jugoslavia. Fummo costretti a sgomberare. Era la fine dell’estate del 1967.

Come mai a Cividale entrò in azione anche l’esercito?

Oh, c’era tutta una storia dietro. Il sottosegretario alla difesa, amico del sindaco del paese, intendeva far ricoverare la moglie. Fu allora che il sindaco mi chiese di suddividere i degenti in due classi, prima e seconda, in modo che questa signora avesse una situazione confortevole e adeguata al suo rango. Naturalmente rifiutai di fare distinzioni tra i ricoverati. Il sindaco se la legò al dito. Così riuscì a far venire addirittura una colonna motorizzata per interrompere il nostro esperimento.

Quali erano i suoi rapporti con Basaglia?

Non sono mai stati del tutto cordiali. Certo, mi aiutò ad andare a Cividale, e in seguito continuò a darmi una mano. Però, quando si accorse che l’esperimento era un successo, cominciò a mandarmi i suoi pazienti più difficili. Facevamo le stesse cose, eravamo in buoni rapporti, ma tra noi esisteva una certa freddezza.
Cosa fece dopo Cividale?

Tornai a Bologna. L’amministrazione mi offrì il posto di direttore di Villa dei Fiori, a Imola. Ci fu però una sollevazione dei medici, che avevano sentito parlare di me come di un “rivoluzionario” e non mi volevano assolutamente. Allora fui destinato agli ambulatori periferici, Bazzano, Porretta, Loiano, ecc. Ogni mattina partivo in macchina e attraversavo tre o quattro vallate, per raggiungere i miei ambulatori. Infine riuscii a tornare a Bologna e a fermarmi all’ambulatorio Marco Polo, fuori Porta Lame. Ci rimasi un paio d’anni, finché l’amministrazione imolese, retta da un’Opera pia, mi chiamò e mi chiese se volevo andare a fare il direttore. “Sì” risposi “ma conoscete le mie idee. Io vengo per dimettere i pazienti e per chiudere l’ospedale.” “Le applichi pure” mi risposero. A Imola trovai 1500 ricoverati. Bene, prima della promulgazione della legge 180 (la “legge Basaglia”) riuscii a dimetterne più di 700, tra il 1973 e il 1978, contro il parere dei medici, che non ne volevano sapere. Potei approfittare del fatto che il direttore, a quei tempi, era un signore assoluto, che poteva esercitare i suoi poteri nel bene o nel male (e molti lo esercitavano nel male, per paura di grane e complicazioni). Quando me ne andai definitivamente, nel 1986, rimanevano circa 500 pazienti.
Gli amministratori, naturalmente, cambiavano ogni quattro anni. L’apertura iniziale alle mie idee cominciò ad attenuarsi gradualmente. Mi cominciarono a mettere tanti bastoni tra le ruote che decisi di andarmene qualche anno prima di avere raggiunto il massimo di anzianità. Da quel momento mi dedicai all’attività psicoterapeutica privata.
 
La dimissione dei pazienti ha mai causato problemi?
Problemi sì, ma mai problemi enormi. Il problema più frequente era la resistenza dei parenti. “Ma dove lo mettiamo, cosa ne facciamo?”. Ricordo il caso di un paziente che doveva essere dimesso, e la sorella non ne voleva sapere. Sapete perché? Perché aveva fatto credere ai vicini che fosse morto. Io avevo organizzato un sistema di assistenza territoriale con gli infermieri che mi erano più vicini. Del resto, i problemi di cui parlo si potevano benissimo risolvere col dialogo. I problemi veri li avevo all’interno dell’ospedale, con medici che non ne volevano sapere di abbattere muri, togliere le recinzioni, aprire le porte. Lo stesso dicasi per la maggioranza degli infermieri.

La condizione sociale influisce nel sorgere dei disturbi
mentali?

La povertà influisce senz’altro, ma quando è accompagnata dal disamore, dall’emarginazione. Mi viene in mente una paziente che andai a visitare mentre raccoglieva le mele. Il padre, perché raccogliesse le mele, le aveva messo accanto un giovanotto, e aveva raccomandato alla figlia di avere rapporti sessuali con lui. Lei, che non ne voleva sapere, rifiutò, scappò di casa, e manifestò le turbe che è facile immaginare. Quando nella povertà c’è anche la mancanza d’affetto, può succedere che la situazione conduca al disturbo mentale.

In un dibattito a cui partecipò l’anno scorso (1993), lei negò l’utilità dei medicinali in psichiatria,tanto che vi fu chi l’accusò di non sottoporre i pazienti ad alcun tipo di terapia. Vuole spiegare come stanno le cose?

Quando non ci troviamo in presenza di una malattia fisica del cervello, i medicinali usati in psichiatria sono solo dei sedativi, a parte gli antidepressivi, che possono essere o sedativi o eccitanti. Dopo quattro o cinque applicazioni, l’effetto di questi prodotti inizia ad attenuarsi. Cosa fanno allora gli psichiatri? Aumentano le dosi, col risultato di far inebetire le persone, di farle sbavare, di farle dormire tutto il giorno. Dopo di che vengono definite “guarite”. In realtà, sono state solo provvisoriamente calmate. Una volta ricacciate nella vita, le loro condizioni non hanno fatto un solo passo avanti, anzi, sono regredite, col risultato di farle ricadere nella situazione precedente.
Non è vero che io non facessi alcun tipo di terapia. Applicavo terapie di convinzione, ma terapie, specialmente di gruppo. Sono i sedativi a non avere significato terapeutico.

Quale bilancio trae dall’applicazione della legge Basaglia?

La legge Basaglia, almeno a Bologna, è riuscita a far chiudere i manicomi, anche se esiste ancora un centinaio di ricoverati. 
Solo da un paio d’anni, però, sono nati alcuni centri di ricovero giornaliero, che hanno un’effettiva utilità. Però gli psichiatri continuano imperterriti a prescrivere terapie chimiche. Il problema vero è la loro resistenza a svolgere un lavoro diverso da quello che hanno sempre fatto. Oggi il manicomio non esiste più, però c’è ancora la diagnosi di malattia mentale, che è più o meno la stessa cosa. La visita che dura cinque minuti a cosa può mai servire, in presenza di un paziente che ha bisogno di parlare, di capire cos’è stata la sua storia? Dandogli un sedativo non si fa altro che spegnere la sua capacità di parlare. Gli si dà un ansiolitico e si dice “ora non ha più l’ansia”. 
Non è vero, l’ansia continua a vivere sotto la superficie. Cancrini, l’anno scorso, ha scritto sull’Unità che finalmente è uscito negli Stati Uniti uno studio comparativo sulle persone trattate farmacologicamente e psicoterapeuticamente.[...]

Se da un lato c’è la visita troppo breve a cui lei allude, d’altro lato ci sono però le terapie psicoanalitiche che durano anni e anni.

E’ vero. Sono dell’opinione che col trattamento psicoanalitico si rischi addirittura di peggiorare. Certo, migliora la capacità del paziente di stare nel mondo, ma, a quel che ho potuto notare, si sviluppa in lui un certo egoismo. Viene messo in grado di affrontare gli altri, però viene anche ridotta la sua socialità. Per quanto riguarda la durata, personalmente riesco a portare a termine una terapia in 10-20 sedute, vale a dire in tre o quattro mesi. Credo che una psicoterapia breve sia sufficiente a portare aiuto a una persona. Certo, dipende anche da chi è il terapeuta.

Vi è oggi chi reclama la riapertura dei manicomi.

Sì, è certa stampa, premuta dalle associazioni dei familiari dei pazienti, molto potenti. Ma non è più come nei primi tempi dell’applicazione della legge 180, quando singoli casi eccezionali venivano amplificati per ottenere la revoca della riforma. Statisticamente, si è poi constatato che i delitti commessi dai malati di mente sono percentualmente molto inferiori a quelli commessi da individui ritenuti sani.

Nel dibattito del 1993 che abbiamo richiamato prima, una esponente di un’associazione di familiari disse che schizofrenico equivale ad assassino. Lei che ne pensa?

Le persone che hanno quel tipo di problemi sono creature introverse, di una timidezza spaventosa. E’ proprio su questo che occorre lavorare. Certo, se qualcuno pesta loro i piedi, li lega o li prende a sputi possono diventare furenti. A Cividale c’era una ragazza in uno stato delirante. Me la portarono. Io l’abbracciai, la tenni stretta a lungo e guarì completamente. Certo, non sempre abbracciando e tenendo stretta una persona la si guarisce; ma in quel caso guarì.

Ma la schizofrenia esiste?

La parola “schizofrenia” è nata all’interno degli ospedali psichiatrici, e vuol dire tutto e il contrario di tutto. Se un ricoverato delirava era schizofrenia, se non delirava era un “momento silente” della schizofrenia. Qualunque cosa uno facesse, quando era targato “schizofrenico” doveva rimanerlo. 
La prevenzione è l’unico modo valido per affrontare il problema psichiatrico, al di là di etichette che significano poco. Se si alleva un bambino in un’atmosfera di affetto, di sicuro non diverrà mai “schizofrenico” o quant’altro. Se invece cresce nella paura, non potrà affrontare i problemi della vita. Cercai anche di dar vita, col prof. Canevaro, a un progetto volto alla prevenzione, ma mi furono negati i finanziamenti. Per questo lasciai la professione prima del tempo.

Lei ha anche detto che il delirio è un linguaggio interpretabile.

Il delirio è provocato dalla paura. E’ difficile controllare la paura, quando è molto forte. I capelli possono imbiancare in una notte, per la paura. L’unico modo per avvicinare il paziente, per comunicare con lui è rassicurarlo. Ma come? Con l’empatia, cercando di essergli vicini, mettendosi alla sua altezza. Quando abbracciai quella ragazza di Cividale, rischiavo di essere male interpretato; ma era ciò di cui lei aveva bisogno in quel momento. Empatia, comprensione. Non vorrei esagerare, ma non ricordo un solo caso in cui questo metodo abbia fallito. Se si è il più vicini possibile a una persona, è ben difficile che questa persona creda che gli si stia facendo del male. 
Lei è mai stato aggredito da un paziente?

Mai. Nemmeno quando lavoravo con gli “agitati, cronici e malpropri”. Mi viene in mente un ragazzino, che voleva a tutti i costi essere giudicato malato di mente. Io tutti i giorni gli chiedevo: “Ma perché insisti? Non lo sei”. Un giorno, per dimostrarmi che era malato, iniziò ad azzuffarsi per futili motivi con un altro paziente. Voleva farmi dire che era matto, ma non ci riuscì. Qualche tempo dopo mi confessò il suo tentativo. “Sono diventato cretino per convincerla che sono matto, ma non ce l’ho fatta, per fortuna”. Siamo poi diventati amici. Ecco, questo è l’unico caso di aggressione che ricordo, se vogliamo chiamarla così. Tutto sta a vivere a livello del paziente, a capirlo.

Lei segue una qualche scuola psicoterapeutica?

No. Potrei dirmi rogeriano, perché applico alcuni dei sistemi teorizzati da Carl Rogers. Ma non parlerei di “scuola”. Per caso mi è capitato di leggere Rogers, e ho visto che andava bene, nel senso che si adattava a ciò che già facevo e al modo in cui la pensavo. Questo è tutto.

Che cosa pensa dei centri di accoglienza per tossicodipendenti?

All’origine della tossicodipendenza c’è ancora una volta la paura, la mancanza di fiducia in se stessi. Quando i centri di accoglienza sono organizzati in maniera autoritaria e usano sistemi coercitivi, come quello di Muccioli, la logica è simile a quella dei vecchi manicomi nei confronti della malattia mentale. Solo amore, affetto, partecipazione umana possono alleviare le sofferenze di una persona. Tutto il resto serve solo a togliere dalla circolazione soggetti che danno fastidio, lasciandoli prigionieri della paura. Loro e nostra.

Tratto da Progetto Memoria n. 15, 1994.

Nessun commento:

Posta un commento