giovedì 20 agosto 2015

Auto-aiuto per liberarsi dalla diagnosi psichiatrica di Maths Jesperson




 


Maths Jesperson ha fondato, insieme ad altri utenti e sopravvissuti alla psichiatria, l’albergo autogestito “Hotel Magnus Stenbock”, il cui principio fondamentale è che vivere nell’albergo non deve essere visto come parte di un processo riabilitativo. Starci non vuol dire entrare a far parte di una rete dei servizi sociali e/o psichiatrici o qualcosa del genere. Maths dirige la compagnia teatrale Stumpen-Ensemble, composta da attori che sono utenti psichiatrici, tossicodipendenti e homeless ed è ricercatore presso l’Università di Malmø-Svezia.







Auto-aiuto per liberarsi dalla diagnosi psichiatrica


di Maths Jesperson

Sono un sopravvissuto psichiatrico svedese. A partire dal 1988 sono segretario regionale del RSMH (Unione nazionale svedese di chi ha fatto esperienza ed è esperto in campo psichiatrico) e dal 1990 faccio parte della direzione. Sono attivo nella Rete Europea degli (ex) utenti e sopravvissuti alla psichiatria (Enusp) e redattore della nostra Newsletter europea.
A marzo del 1980 mi sono fatto ricoverare volontariamente in psichiatria. Non mi era rimasto nient’altro che farmi ricoverare. Fuori non riuscivo a stare da nessuna parte.
Nel novembre del 1981 ho abbandonato la psichiatria perché non mi avevano aiutato. Non hanno nemmeno tentato di aiutarmi, mi hanno invece somministrato neurolettici che hanno acutizzato la mia sofferenza. Anche la mia pazzia, cioè la mia sofferenza originaria, era peggiorata come mai prima. Quasi due anni passati in psichiatria sono stati, per me, tempo buttato via. La mia pazzia è stata diagnosticata dalla psichiatria come “nevrosi compulsiva” del grado più severo e inguaribile, una categorizzazione dei sintomi esteriori. Il mio mondo interiore però non lo conoscevano.
Prima di tutto voglio spiegare cosa non mi aiuta e non mi serve, quando impazzisco. E’ semplice: la psichiatria. La psichiatria non può aiutarmi, ma solo aumentare le mie sofferenze. La psichiatria è anche una trappola, che mi impedisce di guarire. Da questa trappola è molto difficile uscire.
La trappola psichiatrica si può rappresentare così:

Sofferenza/Problemi ®Modello medico®Paziente/Disabile®Provvedimenti sociali®Paziente/Disabile

Descriverò come la psichiatria (il modello medico) trasforma degli esseri umani che soffrono e hanno problemi in pazienti e disabili cronici. La psichiatria non avvia nessun processo di guarigione, è al contrario un’istituzione che trasforma le persone, creando pazienti psichiatrici.
Non esistono malattie psichiche al di fuori della psichiatria; le malattie psichiche vengono create dalla psichiatria. Esistono problemi, sofferenze, comportamenti, pensieri e percezioni inusuali, ma non esistono malattie psichiche. La psichiatria le crea, con l’aiuto di una terminologia medica e di metodi trattamentali simili a quelli medici, che sembrano terapie mediche e che nei confronti dei pazienti portano a termine un lavaggio del cervello, con lo scopo di persuaderli ad essere “malati psichici”. La psichiatria non è una scienza, ma un’ideologia. Il concetto generale di questa ideologia è il modello medico.
La psichiatria produce pazienti e disabili, che quando vengono lasciati di nuovo uscire nella società, spesso non sono più in grado di aiutarsi da soli. Diventano così oggetto di differenti provvedimenti sociali, ripartiti tra psichiatria territoriale e assistenza sociale. Questi provvedimenti possono essere necessari, ma hanno una parte che rimane in ombra: rafforzano sempre di più il ruolo di paziente e disabile.
Quando si vuole evadere dalla prigione psichica e sociale e si desidera guarire, anziché rimanere nel ruolo di paziente e di disabile, si deve rivoltare tutto il processo di trasformazione psichiatrico. Il concetto generale di questo “contro-processo” è l’auto-aiuto.
Auto-aiuto significa liberazione dalla trappola psichiatrica e dalla propria sofferenza e comprende tre livelli:
• liberazione dalla psichiatria
• liberazione dal ruolo di disabile
• liberazione dalla propria sofferenza.
La liberazione dalla psichiatria e dal ruolo di disabile può ad esempio essere attuato con l’appoggio del movimento degli utenti e sopravvissuti alla psichiatria. Una “casa del fuggitivo” o un’associazione locale di utenti e sopravvissuti psichiatrici potrebbero creare una zona libera dalla psichiatria, che renda possibile un’ulteriore recisione dalla psichiatria e dal ruolo di disabile. La liberazione dalla psichiatria e dal ruolo di disabile è una necessaria premessa del processo di auto-guarigione.
Approfondirò soprattutto il terzo livello. A questo scopo vorrei formulare dei principi sulla pazzia. Lo farò in tre punti:

1.     La pazzia ha senso

Il compito è quello di scoprirne il senso e non quello di diagnosticare, prescrivere e riabilitare.
La pazzia non è una malattia, ma un profondo conflitto. Ma più ancora, è il tentativo di trovare una via d’uscita da questo conflitto. La pazzia non è soltanto l’espressione di questo conflitto, ma anche il tentativo di superarlo. La soluzione è già nascosta in essa. La si deve solo scoprire. Quando il suo significato si cristallizza, cioè viene messo in rilievo, si riuscirà a riconoscere non solo tutte le vie senza uscita, ma anche la strada giusta. Può quindi succedere che in mezzo al caos si realizzi la svolta per una nuova vita liberata. La pazzia non è senza senso, ma al contrario piena di senso. Il significato vero si nasconde dietro la falsa definizione dei cosiddetti vaneggiamenti e ne viene così distorto e alterato. Il compito è quello di trovare il nocciolo della verità.
La ricerca deve compiersi in trasparenza e senza pregiudizi psichiatrici o psicologici. Ci si deve mantenere aperti a delle soluzioni molto inusuali e fuori dall’ordinario. Per questo motivo non ci si dovrebbe rivolgere agli psichiatri o agli psicologi. La pazzia non dovrebbe essere ridotta solo a un concetto psichiatrico o psicologico.

2.     La pazzia non è soltanto qualcosa di negativo

La cosa negativa, cioè il crollo, il collasso, rappresenta solo un lato. L’altro lato, quello positivo, è la possibilità di una nuova vita.
La pazzia non è quindi solo negativa, ma anche positiva, perché apre la possibilità di uscire da una situazione insopportabile o senza senso e introduce a un vita autentica. La pazzia è la via attraverso la notte e il giorno. Solo attraversando la notte si raggiunge il mattino. Altrimenti ci si deve arrestare per sempre, insieme agli psichiatri e il loro personale, dentro una sera convenzionale, noiosa, vuota, robotizzante, che uccide la mente!

3.     La pazzia è parte integrante del proprio sviluppo della personalità

La pazzia non è un fenomeno isolato come una malattia, un complesso o qualcosa di simile. Si tratta invece di una parte integrante della propria personalità e della propria storia. La pazzia non è una malattia, ma una via. Non esiste una via che riconduca “indietro alla vita normale”, ma solo una via per una vita nuova. La pazzia è subentrata per esigere questa nuova vita. Non si tratta di una condizione desiderabile, ma piuttosto di un caos, di un caos necessario però, che si deve attraversare. Attraverso il caos, la pazzia, si arriva dall’altra parte. Il problema è come trovare questa via attraverso la pazzia.
La cosa migliore è trovare qualcuno che funga da indicatore stradale e che abbia già percorso la stessa via (potrebbe essere un ex-utente psichiatrico). Alla fin fine si percorre la via da soli, non la si può cedere a nessuno, men che meno agli psichiatri e ai loro sottoposti. Si tratta di una via difficile e dolorosa, ma diventa sopportabile quando si sa che si tratta di un processo significativo e che lo sfondamento è possibile.
L’auto-aiuto è la strada per uscire dalla propria sofferenza. L’auto-aiuto non è un’integrazione della psichiatria, ma un’alternativa alla psichiatria.
Voglio rappresentare due modelli come alternative al modello medico della psichiatria:

A. Il modello della giungla

Diventare pazzi è come entrare in una giungla. La cosa importante è riuscire a trovare la via attraverso la giungla. Questo è molto difficile, perché la giungla è un luogo molto selvaggio senza sentieri già calcati. Non esistono né una carta geografica della giungla, né esperti che possano dare indicazioni giuste. La giungla è anche un luogo molto pericoloso ed esiste il grande pericolo di non trovare la via per uscirne.
Dalla psichiatria non si riceve nessun aiuto, perché la “soluzione” che propone non è scoprire la via, ma rinchiudere la persona. In mezzo alla giungla tenta di costruire un muro attorno all’intera persona, oppure attorno al solo cervello attraverso gli psicofarmaci. La “soluzione” psichiatrica è di incapsulare la persona nel mezzo della giungla per il resto della sua vita.
La psicoterapia non tenta di cercare la via che conduce fuori dalla giungla, ma di rappresentare la via, attraverso la quale la persona è entrata nella giungla, dal punto di vista cartografico. A volte può essere un po’ d’aiuto, perché si potrebbero acquisire delle conoscenze per quanto riguarda la via che porta dentro la giungla, che potrebbero essere d’aiuto per la via d’uscita.
L’auto-aiuto è un metodo per trovare la via d’uscita dalla giungla. Ma è difficile farlo completamente da soli. E’ bene avere un accompagnatore, che può essere un sopravvissuto alla psichiatria che ha trovato una via fuori dalla giungla, o un'altra persona spiritualmente affine, con uno sguardo aperto per le soluzioni non convenzionali. L’accompagnatore non è un esperto che indica la strada, ma è una persona con affinità di idee, che riesce ad immedesimarsi facilmente nella situazione.
L’accompagnatore non deve tirare fuori la persona dalla giungla, ma inoltrarsi nella giungla, esattamente là dove si trova la persona e insieme devono cercare la via per uscire fuori dalla giungla. L’accompagnamento e il sostegno non devono essere unilaterali. Ciascuno è, sotto molti punti di vista, ancora nella giungla, e vorrebbe essere accompagnato per trovare la via d’uscita. L’auto-aiuto non è come l’assistenza sociale o la psicoterapia, dove esiste una suddivisione tra coloro che aiutano e coloro che hanno bisogno d’aiuto. L’auto-aiuto è un mutuo impegno, profondo e personale. Ciò significa che la vita tra chi ha bisogno d’aiuto e chi aiuta s’intreccia, cosa possibile solo tra chi è affine spiritualmente, ma non tra personale e bisognosi d’aiuto.

B. Il modello cosmico

Essere pazzi è talvolta come essere su un pianeta straniero. La Terra è stata abbandonata perché è diventata troppo insopportabile, non si riesce più a starci. Nonostante ciò esiste ancora una tenue relazione con la Terra. Esiste un sottile canale tra il pianeta straniero e la Terra, che rende possibile il ritorno.
La psichiatria rende il ritorno impossibile. Interrompe la relazione con la Terra attraverso la sua dichiarazione di malattia, la diagnosi, la reclusione, la produzione di pazienti e disabili e non per ultimo attraverso gli psicofarmaci.
L’auto.aiuto è il metodo per ritornare sulla Terra ed essere accompagnati può rappresentare un sostegno. Non si tratta di riportare la persona, ma solo di stare sulla Terra con un’apertura sensibile davanti al pianeta straniero e di creare sulla Terra un ambiente psicologico e sociale migliore, che renda possibile la realizzazione del desiderio della persona di ritornare dal pianeta straniero. Il ritorno non si può estorcerlo o forzarlo, ma solo renderlo possibile. L’accompagnatore deve aprire e tenere in piedi la relazione con il pianeta straniero e la persona. Questo è possibile realizzarlo solo tra affini nelle idee, con un profondo impegno personale uno per l’altro.


Traduzione a cura di Erveda Sansi

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